Luminal – Amatoriale Italia

L

Bava, tracce fecali, sperma e sangue, tanto sangue sul pavimento di un set dilettantistico di un porno estremo appena finito in tragedia. In mezzo a questa poltiglia le zampe muscolose e il muso cattivo di tre rottweiler lucidi e spietati come solo il randagismo sa farti diventare, lì per raccontarci come sono andati i fatti.

È abbastanza scontato che il set sia l’Italia, meno scontato è che le tre fiere siano i Luminal, meno scontato se si riparte dal loro penultimo lavoro, “Io non credo”, dove la facevano da padrone tematiche intime e sofferte, e dove l’approccio musicale era sicuramente più morbido, a tratti wave. In Amatoriale Italia – nome del nuovo album della band – musicalmente dominano il post-punk più duro e un certo noise rimpastato in chiave moderna, non c’è spazio per nessuna idea “soffice”. Per evitare ogni possibile fraintendimento è stata anche eliminata la chitarra, la formazione diventa minimale e geneticamente portata a far male: basso, batteria, voce. Un azzardo levare lo strumento ad uno dei migliori chitarristi italiani della musica indipendente? Certo, ma dato il risultato in cattiveria, un azzardo azzeccato. Questi suoni inevitabilmente duri sembrano gli unici che possano star insieme alle parole dei “nuovi” Luminal, potremmo dire che hanno spostato la mira: i pugni non sono più diretti allo stomaco ma dritti in faccia. Perché, parliamoci chiaro, da un ascolto dei Luminal si continua ad uscirne a pezzi, ma stavolta per dei dolori che sembrano non aver bisogno di elaborazione, i testi che paiono passare dall’individuale al “collettivo” raggiungono un’immediatezza disarmante, anche grazie ad un linguaggio crudo e affilato. Ho usato molti verbi dubitativi, non è incertezza, ne riparleremo, ora passiamo all’analisi delle tracce.

Si inizia con la linea di basso secca di Donne (du du du), semplicemente una lista di nomi di personaggi femminili di media fama che messi uno dietro l’altro riescono a dare un inquadramento del problema molto di più del neofemminismo anni dieci. Arriva poi Casa in campagna, che licenziare come semplice racconto di uno stupro, senza cogliere che l’episodio violento è un espediente per raccontare dell’alienazione attuale che dà luogo a certi episodi appunto tragici, sarebbe molto superficiale e riduttivo. È il turno di Blues maiuscolo del maniaco su Facebook, che a leggere solo il titolo ci sarebbe da storcere ampiamente il naso, e invece. Invece il modo in cui Martinelli urla l’isolamento in cui tutti ci stiamo insensatamente buttando a capofitto capovolge il pregiudizio e fa balzare il pezzo tra i più riusciti dell’album. Stella era una ballerina e stava sempre giù è musicalmente ingannevole, fa credere ad un rilassamento, e invece anche qui lo sguardo è spietato e stavolta l’obiettivo è la ridicola ricerca della notorietà a basso prezzo. Di Carlo vs. il giovane Hipster qualcuno è riuscito a dire di aver scovato tracce de I Cani, prendendo uno degli abbagli musicali più grandi degli ultimi anni, a meno che non si volesse intendere che i Luminal siano arrivati al tavolino dove i beniamini dell’indie-pop nostrano stavano seduti tutti composti a giocare a risiko col pubblico romano e gliel’abbiano rovesciato addosso, sembra descrizione sufficiente. Con Lele Mora la tecnica usata è simile a quella della prima traccia ma portata all’estremo, quaranta secondi punk in cui il nome del noto agente di spettacolo (?) viene urlato, in crescendo, riuscendo a suscitare disgusto immediato. Dio ha ancora molto in Serbia per me è la fotografia di parecchie nuove leve della nostra scena musicale, prive di autocritica e ingiustificatamente piene di sé, ma non pare di poter escludere che racchiuda a tratti anche alcune sincere angosce personali dell’autore, si usa la prima persona e forse non solo come tecnica narrativa. Invece in Giovane musicista italiano, vecchio italiano l’attacco è frontale, bombardamento a tappeto sulla scena “indipendente”e al suo autoreferenzialismo, al suo essere un piccolo specchio di tutti i difetti del Paese, trasudando Moravia e centrando tutti gli obiettivi, la città è rasa al suolo. Seguendo un evidente filo logico nella tracklist arriva Una discografia di Cohen, dove ci piacerebbe rintracciare in Daniele – protagonista della canzone e di un triste di un fallimento esistenziale – un nostro amico, ci piacerebbe, senza pensare che potremmo essere noi il Daniele di chi ci sta intorno. Essere qualcun altro prosegue nel discorso della deresponsabilizzazione in cui ci culliamo, l’autoassoluzione, la pavidità mascherata con mille scuse raccontate a noi stessi, malattie moderne o forse millenarie. C’è vita oltre Rockit ha un titolo abbastanza eloquente, e i colleghi più rinomati sono ovviamente solo un simbolo: in questo piccolo mondo, di cui facciamo parte anche noi, le minuzie sembrano diventare essenziali e lo sguardo cade ad un palmo dal proprio naso, il messaggio è chiaro e difficile da criticare. È il momento della cover dei Laghetto, Canzone per Antonio Masa, splendida poesia delirante in salsa hard core, con un tema portante: “la gente è in cerca di qualcuno che la prenda per il culo, e allora perché non io?”. Il salto concettuale, apparentemente grande, non è che un passetto per arrivare alla traccia successiva, Grande madre Russia: per gran parte della canzone, con amara ironia, si racconta del fenomeno delle spose dell’est che intortano i sempre “furbi” italiani; ci si accorge nel finale che tutto ciò è solo un pretesto per cantare un duro requiem ad un certo modo antico di intendere le ideologie. Così ecco puntuale arrivare Il lavoro rende schiavi, dove si mischia senza soluzione di continuità da un lato la critica alla cultura del lavoro come fine ultimo della vita e non come mezzo, dall’altro la distruzione della mitizzazione della classe operaia (in fondo la classe operaia ci ha pensato abbastanza da sé negli ultimi vent’anni). In ultimo arriva L’aquila reale, uno degli apici dell’album: un tossicodipendente, consequenzialità folli, la sociopatia, un dramma, un finale che taglia in due.

Un totale di quindici tracce, ma soli quarantasei minuti, i Luminal sanno essere altamente incisivi in circa tre minuti a canzone. Ma veniamo a quei verbi dubitativi di cui sopra: questi Luminal sono davvero così diversi da quello che son stati prima? No, per fortuna no. A primo impatto lo sembrano, è vero, ma una spiegazione c’è. Amatoriale Italia si muove contemporaneamente su due livelli di comunicazione emotiva: il primo immediato, di fruizione semplice e diretta; il secondo è quello che ha caratterizzato tutta la carriera della band, profondo e dilaniante, stavolta più celato. È un’aggressione dentro casa propria, non è il sangue l’effetto più grave e potente. Il passaggio dall’individuale al collettivo per la band è solo una tappa intermedia per tornare al singolo, tirando dentro il discorso anche loro stessi a volte in maniera velata, a volte esplicitamente. L’album è un racconto concentrato di bassezze umane accompagnato da sprangate musicali, massacrante perché non lascia alcuno spazio a giustificazioni consolatorie: in ogni momento in cui ti viene in mente di dare la colpa a qualcos’altro i nostri sono lì a dirti no, smettila di giocarti, sei tu, siamo noi. Non la società ma la persona, sempre lei è la protagonista, sempre noi appunto. È chiaro, quindi, che questo è un album che ti costringe a fare dei conti con te stesso – dei conti dolorosi – ed è chiaro che di robe del genere, musicalmente parlando, ne sono capaci solo i grandi album.

Luminal – Amatoriale Italia

(Le Narcisse – 2013)

Tracklist:

01. Donne (du du du)

02. Casa in campagna

03. Blues maiuscolo del maniaco su Facebook

04. Stella era una ballerina e stava sempre giù

05. Carlo vs. il giovane Hipster

06. Lele Mora

07. Dio ha ancora molto in Serbia per me

08. Giovane musicista italiano, vecchio italiano

09. Una discografia di Cohen

10. Essere qualcun altro

11. C’è vita oltre Rockit

12. Canzone per Antonio Masa

13. Grande madre Russia

14. Il lavoro rende schiavi

15. L’aquila reale

Lascia una risposta