Cesare Basile – Cesare Basile

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Il nuovo disco di Cesare Basile, che porta il suo nome, è un lavoro bello e complesso, capace di lasciare un segno profondo, ma che richiede all’ascoltatore uno sforzo notevole per essere colto in tutte le sue sfumature.

Non è facile apprezzare a pieno un album cantato per buona metà in siciliano, e per di più un siciliano ricco e vitale, ma di difficile comprensione, ben lontano dal dialetto addomesticato che spesso adopera chi, pur non volendo rinunciare alle sue origini, si rivolge al pubblico di tutta la nazione.

Tuttavia è proprio nei brani in siciliano che si nasconde il cuore profondo di questo splendido album, fatto di una rabbia antica, di storie di soprusi remoti e recenti, di un bisogno di ricordare storie dimenticate. Filo conduttore che si ritrova anche nei testi in italiano, non meno interessanti, che spesso hanno come chiave di lettura eventi ormai, purtroppo, quasi dimenticati.

Dopo un’ “introduzione e sfida” che preannuncia il tono dell’album, canzoni “d’amuri, gilusia, spartenza e sdegnu”, riprendendo l’uso antico di lanciare una sfida agli altri “cantatori”, si va infatti a Parangelia, dedicata alla poetessa greca Katerina Gogou, che riprende la storia di Nikos Koemtzis, anarchico greco.

Segue la “Canzuni addinucchiata”, uno dei brani più riusciti del disco, in cui la scelta del dialetto risulta assolutamente vincente, vista l’incisività e la varietà espressiva con cui Basile riesce a descrivere la storia amara di una di una donna che dopo aver passato tutta la vita in ginocchio, per lavorare, pregare, essere sfruttata e usata sessualmente, anche da morta vuole essere sepolta “addinucchiata”.

La rabbia esplode nella canzone successiva, “Nunzio e la libertà”, canto di rivolta violento e assoluto. Il brano si sviluppa su un cuore dialettale che Basile ha recuperato da un canto della mietitura diffuso nel modicano intorno a fine ottocento, un testo popolare feroce che esprime la rabbia del mondo contadino contro ogni altra classe sociale, al quale si sovrappone la storia di Nunzio, un tamburino che in epoca garibaldina cerca di costruirsi la sua libertà finendo, però, fucilato.

Dai canti dei braccianti dell’ottocento il disco ci fa passare naturalmente ai “jurnatari”, i lavoratori di giornata, oggi immigrati, che vengono “di dabbanna o mari”, sfruttati da padroni e caporali, costretti a lavorare cuocendosi al sole per poi essere trattati da ladri e criminali.

Seguono due brani, in siciliano, entrambi legati intimamente al tema del racconto ed alla tradizione: “Minni spartuti”, canzone che sembra attingere a piene mani dal folklore siciliano, in cui il “principe” decide di liberarsi della sua amante facendola barbaramente uccidere e “L’orvu”, che riprende il topos classico del cantore cieco, narrando la storia di un uomo che rinuncia alla vista per trovare il cuore delle parole.

Dopo il lieve e toccante intermezzo di “Caminanti”, dedicata alla condizione dei pazzi, viene la “Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer”, brano dove Basile mette in bocca al famoso folcksinger americano, tra i padri della canzone di protesta, un’invettiva contro il giudice che condannò alla sedia elettrica gli anarchici Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. In effetti l’attribuzione a Guthrie di questa emozionante “lettera”, è tutt’altro che casuale, visto che questi era stato autore di un disco dedicato alla storia dei due anarchici ingiustamente condannati, Ballads of Sacco & Vanzetti , registrato tra il 1945 e il 1946 (per i curiosi segnalo che il disco si trova senza troppe difficoltà su Spotify).

Chiude il disco “Sotto i colpi di mezzi favori”, ispirata ad una poesia di Danilo Dolci, intellettuale siciliano che già in passato aveva ispirato il lavoro di Basile (ad un racconto di Dolci era ispirata “Strofe della guaritrice”, in Sette pietre per tenere il diavolo a bada).

Proprio in questa capacità di recuperare elementi della tradizione quasi dimenticati, inserendoli in un contesto originale si può individuare uno dei maggiori pregi del disco, che intreccia con maestria storie e riferimenti culturali diversi, dando vita ad un’opera che è al tempo stesso antica e profondamente moderna,

Anche dal punto di vista musicale ci troviamo davanti ad un’ossatura blues costantemente tesa tra elettricità, suoni distorti e suggestioni provenienti dalla tradizione musicale siciliana, una commistione riuscitissima capace di fare da contrappunto sempre indovinato alle storie narrate.

Era difficile per Basile sfornare dopo così poco tempo un disco all’altezza di Sette pietre per tenere il diavolo a bada, ma questo disco che porta il suo nome riesce certamente nell’impresa, continuando e portando ad un nuovo livello quella riscoperta delle proprie radici culturali che già era stato il segno distintivo del disco precedente. Da ascoltare attentamente.

(Giuseppe Labate)

Cesare Basile – Cesare Basile

(Urtovox – 2013)

Tracklist

1. Introduzione e sfida
2. Parangelia
3. Canzoni Addinucchiata
4. Nunzio e la Libertà
5. Marilitta carni
6. Minni spartuti
7. L’Orvu
8. Caminanti
9. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer
10. Sotto i colpi di mezzi favori

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