Weekly Music Express (ovvero come pescare dalla rete musica non convenzionale) – #8

Vorrei innanzitutto chiedervi perdono per la mancata uscita della scorsa settimana, ma impegni urgenti hanno richiesto la mia attenzione e, per farmi perdonare, in questo volume il numero delle band sarà davvero importante.

Iniziamo con i Carousel, duo electro-pop proveniente da Brooklyn che da un anno a questa parte stampano singoli alla velocità d cartucce di proiettile. Raramente mi è capitato di essere catturato così tanto da una canzone al primo ascolto, ma il mix tra ingredienti chill e basi ritmiche sulle quali scatenarsi è perfettamente bilanciato. Se siete giù di corda per una giornata storta, basteranno le prime note di  “Best of Me” a ricaricarvi e sarete pronti per saltellare allegramente per strada.

 

Spostandoci dalla modaiola New York alle calde spiagge della California troviamo i Cayucas, band acustica che ha appena fatto uscire il singolo “Cayocos”. Non fermatevi alla tremenda fotografia stile instagram del video, i ragazzi sono giovani e talentuosi, scrivono gemme pop immediate e spensierate ma con un’attenzione fortissima alla produzione del suono. Difficile non immaginare di ballare su bar isolati lungo il litorale magari con un redivivo Jukebox.

Meno frizzante e più riflessivo è il lavoro di Nacho Cano, mente del progetto Twins Cabin che esplora territori quasi shoegaze in modo molto timido, con una delicatezza disarmante. C’è un mal celato senso di smarrimento nelle sue canzoni, come se a cantare con la voce sospesa e tenue non fosse lui, ma il Nacho quindicenne che confessa le sue paure e ci fa entrare in un mondo di agrodolce solitudine. “If You Could”è il perfetto manifesto dell’artista.

Lasciamo le atmosfere sognanti e riprendiamo in mano le chitarre elettriche per scatenarci un po’. I Camden riprendono le sonorità dei primi anni 2000 e riportano in auge i feedback tenuti altissimi e gli overdrive secchi delle loro Telecaster. Ritmi veloci, assoli monocorda e voce graffiante sono gli ingredienti di questa giovane band che sicuramente non avrebbe sfigurato di fronte a band del calibro di Cribes e Thermals. Un pezzo come “Getting Around” è sfacciato, diretto e tiratissimo,  potrà capitare che ascoltandolo improvvisamente ti si restringano i jeans e allora sarà difficile  trattenersi dall’urlare il coretto finale ripensando ai Fratellis dei bei tempi.

Sugli stessi timbri ma con un atteggiamento ancora più cattivo e sfrontato giocano i Parquet Courts il cui ultimo lavoro “Light Up Gold” è uscito il 24 novembre scorso. Amarezza e acidità riempiono i testi e i suoni di questa giovane band e sembra quasi che a suonare siano gli Strokes mentre  provano a rifare i Ramones. “Borrowed Time” contiene tutto quanto citato sopra, basso rotondo e pulsante, riff semplice e oscuro che strizza l’occhio a sonorità shoegaze, tutto concentrato in poco più di due minuti di altissimo livello musicale.

Spostiamoci su ambiti più elettronici e sintetici e trasferiamoci nelle fredde terre del Canada per ascoltare Alexander Wolfe, in arte Wolfey. Il tema principale delle sue opere è la paura, il suo intento è quello di descrivere efficacemente le atmosfere di un mondo “ancora scosso dagli attentati del 9/11” (cit.).

Linee melodiche minimali e disturbanti fanno da tappeto a voci registrate in burrone lontano che sembra gridino per un disperato bisogno di aiuto. Non è un opera facile da ascoltare, rifiuta ogni compromesso armonico e proprio per questo è terribilmente efficace nelle sue intenzioni. “Sleep Country” è una perla di minimalismo elettronico che stordisce e atterra, mostrandoci le molteplici possibilità comunicative di questo genere.

Riprendiamoci dall’elemento tragico e mischiamo un po’ le carte in tavola con i Nautic, trio che ha all’attivo una manciata di singoli poliedrici e sognanti. Sopra ad un tappeto di batteria elettronica si alternano voci maschili e femminili, pianoforti e trombe sognanti in un mix dal sapore esotico e sincero. “Fresh Eye” è una canzone d’amore che sua già come classico, il testo è una dichiarazione di sentimenti fortissimi e sinceri, che non cade, però, nella melassa stucchevole.

Genere che finora ho trattato poco è il folk, ad essere sincero non sono proprio avvezzo a queste sonorità ma spero che band come i Port Isla possano ancora insegnarmi molto. Riprendono le sonorità più spartane del folk e le incorniciano con imponenti arrangiamenti dal sapore barocco e imponente. Banjo e tamburelli non mancano mai, ma quando la band si concentra sulle chitarre e diventa più intimista ti mostra tutti i sentimenti e tutta la sua bravura. Se “Golden Doors” l’avessero scritta gli Arcade Fire sarebbe diventata sicuramente un istant-classic.

Al prossimo Venerdì

(Edoardo Bruno)

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