Bombay-Barcellona A/R: Cronache dal Primavera Sound 2016

13453353_10209867973236983_233181985_oFoto di Eric Pamies

A cura di Edoardo Bruno – L’edizione dei record: 200.000 partecipanti con oltre 300 band per 12 palchi. Il Primavera ha ancora una volta superato se stesso in termini di qualità, possibilità di scelta e diversità artistica. Quella che mi accingo a fare è una descrizione dei concerti a cui ho assistito durante tutti i cinque giorni del festival. Noterete che molte scelte sono differenti da quanto indicato dalla nostra guida, ma una volta sul posto sapevo che i piani sarebbero cambiati in maniera imprevedibile, non vogliatemi male.

Mercoledì 1

Goat:
Sono svedesi ma si presentano sul palco vestiti da untori della peste e da odalische. La loro “world music” mescolata alle chitarre elettriche incanta il palco Primavera e crea una dimensione dove le distorsioni si mescolano ai tamburi e ai canti tribali. Le instancabili cantanti non stanno ferme un secondo mentre un tipo accanto a me ritrae tutta la scena con un disegno sul Moleskine. Rimango rapito e ipnotizzato dall’energia che riescono a trasmettere e il pubblico pare ampiamente gradire questa mescolanza di generi.
In due parole: Bomba Etnica.

Suede:
Dalle reunion di band storiche ho sempre aspettative molto basse, un po’ per le molte delusioni avute e un po’ perché hanno sempre lo spettro di chi vuol racimolare gli ultimi soldi ai fan: mai pregiudizio è stato così errato. Brett Anderson sale sul palco e conquista la platea in pochissimo tempo, è una mina impazzita che salta da una cassa all’altra, si getta in mezzo al pubblico e urla i suoi inni di una intera generazione che pare sia invecchiata benissimo. Il pubblico è pieno di signori che cantano tutte le canzoni a memoria e i giovani si lasciano rapire da uno dei frontman più carismatici di sempre, uno degli show più energici che abbia visto in tutto il festival.
In due parole: Primavera Sound 1994.

Jessy Lanza:
Mi dirigo al teatro Barts per lei, reduce da uno dei cd più interessanti usciti quest’anno. Sul palco si presentano in due, lei e la batterista, e sembrano uscite direttamente da un video di Cyndi Lauper. Rimescola con una spigliata naturalezza la dance e le ritmiche anni ’80 ma non convince pienamente. Sembra che la più divertita dal suo concerto sia lei stessa e la performance non va oltre il compitino, ben svolto, ma non così coinvolgente da farci gridare al miracolo.
In due parole: Su cd era meglio.

Suuns:
Dal Barts mi sposto al teatro Apolo già pienissimo di gente. Il loro nome è raffigurato su alcuni palloncini giganti che fanno da sfondo per la loro esibizione. Il teatro sembra riempirsi di fumo e loro ci sguazzano da dio mescolando il kraut più ortodosso all’alt rock più moderno. Dopo dieci minuti mi lascio completamente rapire dal suono ipnotico e potente che crea un climax vertiginoso. Una fuga dalla realtà guidata da voci arabe, droni e chitarre che ipnotizza tutta la platea per poco più di un’ora con un’intensità incredibile.
In due parole: Trip da Drone.

Giovedì 2

Todd Terje:
La grande novità di quest’anno è il Beach Club, dove hanno trasferito il palco B&W dedicato alla musica elettronica. L’accesso alla spiaggia è graditissimo al pubblico e non sono poche le persone che si fanno un bagno fra un concerto e l’altro. Sotto ad un grande tendone con il pavimento in parquet si balla come invasati sotto le note dal sapore retrò del norvegese. Italo disco, anni ’80 e bassi rotondi sono gli ingredienti di questo antipasto musicale dove perdo il senso del tempo e mi lascio coinvolgere nella follia generale mentre Todd remixa la sua Inspector Norse e la fa durare eoni, o almeno a me è sembrato così.
In due parole: Cantare il motivetto di Inspector Norse ad altissima voce.

Algiers:
Mi riprendo dalla bolgia elettronica e mi dirigo al palco Heineken, uno dei due palchi principali, per questa grande rivelazione del 2015. Hanno dato nuova linfa alla musica di protesta con un album che è già un classico ma lo show non convince appieno. Il palco sembra essere troppo grande per loro e il suono si disperde troppo nell’aria per raggiungerci completamente. Franklin Fisher canta le sue liriche con un coinvolgimento che spesso non viene seguito dalla sua band che pare invece divertirsi fin troppo in un live che avevo immaginato molto più sofferto e intimo.
In due parole: Religiosa protesta.

Car Seat Headrest:
Will Toledo è del 1992 ed ha all’attivo più di dodici album, si presenta sul palco con un look ed un atteggiamento da studente di biologia ed imbraccia la sua telecaster con fare timido ed emozionato. Il talento e la capacità di scrittura sono innegabili ma in questa sede sono mancati suono e personalità. Le chitarre fuoriescono dagli amplificatori fin troppo pulite e il sound dei suoi lavori ne esce completamente smorzato. Sul finale fa un omaggio ai Radiohead accennando la parte finale di Paranoid Android ma non basta a salvare un live poco più che mediocre.
In due Parole: Scolaretto rimandato.

Explosion in the Sky:
Non ci sono parole per descrivere la commozione che questo live ha suscitato a tutto il pubblico presente al palco Heineken. Sullo sfondo il sole tramonta fra i grattacieli di Barcellona mentre le meravigliose luci del palco si mescolano al fumo di scena creando quasi una gabbia che ci intrappola tutti. Loro prendono il tuo cuore e lo fanno lacrimare come mai avresti immaginato, brani quasi interamente strumentali si susseguono senza sosta mentre le luci rosse come il sangue fanno da splendida cornice ad uno dei concerti più intensi, vitali e coinvolgenti dell’intero festival.
In due parole: Il cuore strappato.

Lcd Soundsystem:
Il concerto più atteso da chi scrive, il ritorno più gradito degli ultimi anni. Rimango un’ora sotto il palco dell’Heineken per essere il più vicino possibile a James Murphy e soci. Salgono sul palco e partono le inconfondibili note di Us vs. Them mentre intorno a me si crea un’atmosfera che assomiglia più a quella di una festa con amici che non vedi da tempo che a quella di un concerto. Lui è il nostro migliore amico, uno come noi, che sembra soffrire per i nostri stessi dubbi e che sa esorcizzarli con la sua musica che mescola rock, elettronica, funk, soul e molto altro. Suonano tutte le loro hit più famose e lo fanno nel modo migliore possibile, dalla commovente “New York I Love You but You Bringing Me Down” alla super attiva “Movement”. È una festa, la più bella festa a cui potrei mai partecipare e mi commuovo come un bimbo quando parte il pianoforte isterico di “All My Friends” mentre James canta e parla di tutti noi.
In due parole: I miei amici erano tutti lì quella notte.

Neon Indian:

Alan Palomo è un genio: è riuscito a ribaltare tutti i cliché dell’elettronica moderna con personalità e naturalezza, e l’ultimo album “VEGA intl. Night School” è il risultato di tutta la sua ricerca e la sua passione. Si presenta sul palco con un completo total white mentre i suoi musicisti sembrano degli scienziati impegnati in un esperimento. Il suono del palco Pitchfork non è il massimo e tutte le sfumature dei brani vengono schiacciate dai bassi troppo opprimenti e dai volumi esageratamente alti. Ciononostante il live è energico e divertente e lui sul palco ha la naturalezza disarmate di un bimbo che gioca. Prima della conclusiva “News From the Sun” si cimenta in “Pop Life”, una cover riuscitissima di Prince che impreziosisce ancora di più questo splendido live.
In due parole: La nuova musica elettronica.

Venerdì 3:

Julien Baker:
Ragazza poco più che ventenne con un passato tribolato e un sorriso che potrebbe sciogliere anche l’animo più granitico. Si presenta da sola con la sua fida telecaster color crema e canta con una voce angelica di droga, depressione e problematiche personali. La sua catarsi è struggente ed è impossibile non rimanere colpiti dalle sue canzoni agrodolci che vengono sussurrate con una voce dolcissima. La scoperta più interessante fra le giovani leve del festival.
In due parole: Diamante allo stato grezzo.

Cass McCombs:
Ha poco più di mezz’ora di tempo per il suo show e, giustamente, decide di fare una jam-session di venti minuti. Il brano “Dreams-Come-True-Girl” viene trasformato in una sequela di tecnicismi molto vicini al jazz ma il lato più intimista e cantautorale dell’artista viene a malapena espresso.
Il talento tecnico è innegabile ma questa scelta condiziona notevolmente la sua rapida apparizione che risulta poco più che soddisfacente, avrei sperato in una scelta logistica più consona alle tempistiche.
In due parole: Rivedere la scaletta.

Dungen:
Capelli lunghi, flauto traverso e tutta la psichedelia degli anni ’70: i Dungen si presentano con questo biglietto da visita al pubblico del palco H&M. Sembra di viaggiare nel tempo e di ritrovarsi ad un concerto dei Jethro Tull col pubblico stordito e incredulo. Cantano in svedese, la loro lingua natia, e si cimentano in due improvvisazioni strumentali da good trip che portano, con un climax terribilmente ripido, ad un finale lisergico.
In due parole: Non si esce vivi dagli anni ’70.

Titus Andronicus:
Un mio collega mi aveva avvisato su questo live, li aveva già visti un paio di volte ed entrambe erano state molto deludenti. Mi ritrovo sotto il palco e mi bastano le prime due note di “No Future Part Three: Escape From No Future” per scordare questo avvertimento e per urlare la rabbia di questi ragazzacci del New Jersy. Il loro logo è formato da una croce rovesciata e dal simbolo anarchico e già questo vi può far immaginare il tenore del concerto: chitarre affilate, versi urlati e la più cattiva versione di “Blitzkrieg Bop” mai ascoltata dal vivo.
In due parole: Punk’s (not) dead.

Savages:
Non paghi della violenza sonora dei Titus Andronicus, ci buttiamo nella bolgia delle Savages che ci ricordano che la rabbia è donna. La maggior parte del pubblico è lì in attesa dei Radiohead ma questo non basta a fermare la furia di Jehnny Beth che prende di polso tutto il pubblico e lo trascina nel pieno della sua musica. Show di rara intensità ed energia e grande conferma live dopo gli ottimi dischi.
In due parole: Girrrrrrrrrl.

Beirut:
Zachary Francis Condon sarebbe da studiare come fenomeno sociologico, riesce a far apprezzare la musica gitana anche a chi non è per nulla avvezzo, anche a gente vestita come gli Interpol e con la puzza sotto il naso. Il sole calante e un pubblico molto sparuto, causa l’imminente live dei Radiohead, ci fa apprezzare al massimo questo live raffinatissimo, sempre composto, che si perde fra le melodie dell’Oriente più remoto e le chitarre più squillanti. Quando parte la tromba di “Postcard From Italy” le coppiette accanto a me si stringono e io rimango lì, innamorato della loro musica.
In due parole: Goran Bregović col cravattino.

Radiohead:
Il concerto più atteso da grande pubblico ed il principale motivo del rapido sold-out del festival. Siamo tutti lì sotto e appena attaccano con “Burn The Witch” capisco che il suono non è altissimo e che non lo sarà per tutto il concerto. Gli oltre 50.000 presenti si raccolgono in un religioso silenzio quando Thom comincia a cantare “Daydreaming”, un silenzio irreale che crea un’atmosfera tenue e allo stesso tempo intensa. Liquidato l’ultimo lavoro con le prime 5 tracce, iniziano a pescare dal loro repertorio perle come “Lotus Flower” e “Pyramid Song” e rivisitano la loro “Idioteque” in chiave minimalista ma forse fin troppo scarna per i loro standard. Dopo una “There There” eseguita in maniera perfetta escono e pare sia tutto finito, ma tornano sul palco (quasi con fastidio) e regalano al pubblico “Creep”: si alza una voce sola in coro dalla platea che si stringe, si abbraccia e piange in questa grande comunione di anime.
In due parole: Rito collettivo.

Animal Collective:
La più grande delusione di questo festival, ho dato loro una chance nonostante il pessimo “Painting With” ma il risultato è pessimo. Il marasma di suoni che hanno messo nelle loro opere viene completamente gonfiato, ed esce confuso dagli amplificatori. Loro giocano come bimbi con i loro synth ma il pubblico è per lo più annoiato da questa esibizione davvero non felice.
In due parole: Immobili persino su Floridada.

Sabato 4:

Alex G:
Altra giovanissima promessa del cantautorato DIY, si presenta vestito come un ragazzetto uscito direttamente dagli anni ’90: pantalone baggy e cappelletto con visiera inclusi. Dà subito l’impressione di sapere il fatto suo e sembra quasi che suoni per gli amici alla festa scolastica. Testi molto personali e ritmiche semplici ma tremendamente efficaci sono gli ingredienti di questo show che mi conferma la grande ispirazione e il grande talento del giovane musicista.
In due parole: Gioventù iperattiva.

Wild Nothing:
Jack Tatum ha scritto alcune fra le più dolci canzoni d’amore degli ultimi anni ma mi ha sempre deluso nelle performance dal vivo. Lo ritrovo sul palco Heineken in grandissima forma e fortemente ispirato. Le chitarre sono dolcissime e i versi pregni di dolcezza e conquistano tutto il pubblico fin da subito. L’immagine di un culturista pieno di tatuaggi che canta a memoria tutte le canzoni mi ha ricordato che l’amore non guarda in faccia a razza, sesso o abbonamenti in palestra.
In due parole: Love is Paradise.

Brian Wilson performing Pet Sounds:
Di solito i concerti in cui si eseguono interi album mi lasciano sempre un po’ interdetto. Credo che il fattore sorpresa, in un live, sia determinante per la buona riuscita dello show, ma qui va in scena la storia della musica pop e l’album in questione è uno dei più importanti di sempre. Brian Wilson appare un po’ freddo, quasi biascica le parole ma quando partono le sue note cambia faccia. Intorno a me la gente si crea autonomamente uno spazio vitale per poter ballare il twist e il surf che ha incantato generazioni di appassionati e meno appassionati. Non si può dare un giudizio solo all’esibizione perché questo concerto non è solo tale: è una lezione di storia della musica fatta da una delle menti più geniali del nostro secolo che, anche se invecchiato e parecchio fuori forma, ha cambiato per sempre la musica moderna. Non rimane, quindi, che ondeggiare su “I Get Around” e su “Good Vibrations” per omaggiare uno dei più grandi artisti di sempre.
In due parole: Un maestro in cattedra.

Deerhunter:
Prima perde l’aereo e poi si presenta sul palco vestito come la versione anoressica di Mr. Crocodile Dundee: Bradford Cox ci piace esattamente per questo, per la finta svogliatezza e la sua imprevedibilità, sia sul palco che altrove. Il concerto per la prima metà sembra leggermente sotto tono, ma dalla dolcissima “Agoraphobia” in poi non ce n’è per nessuno. Cox si lascia ipnotizzare dai suoi stessi strumenti e dalle congas (novità per questa band) e tutto lo show cresce vertiginosamente di energia e intensità per concludersi con una ipnotica “Snakeskin”. Non ci delude mai.
In due parole: One-man show.

Sigur Rós:
Sono solo tre ma sembra che sul palco ci sia una intera orchestra a suonare. Durante i primi brani rimangono dietro una rete metallica e sugli schermi vengono mappate e proiettate le loro sagome che suonano e cantano in una lingua inventata. La gabbia si solleva, la chitarra viene imbracciata come un violoncello e l’aria si riempie di suoni freddi, gelidi ma che riescono a penetrare il cuore di ogni singolo spettatore. Hanno creato una lingua e lì sembrava stessero creando un universo parallelo per tutto il pubblico, un universo sommerso dalla neve dove la loro musica è l’unica fonte di energia disponibile. Toccanti, intesi e romantici: un capolavoro.
In due parole: Tundra.

Parquet Courts:
“Salve, siamo i Parquet Courts da New York e siamo qui per divertirci un casino”, si presentano così e dopo due secondi attaccano con “Master of my Craft” demolendo il palco. La folla impazzisce da subito e il pogo regna sovrano, mentre la band canta una hit dopo l’altra senza sosta. Uno dei concerti più energici e divertenti dell’intero festival, loro sono carichissimi e questa volta il palco Pitchfork non ci delude con i suoni che escono puliti e brillanti. Rimedio più di un livido durante lo spettacolo ma non me ne frega niente, le endorfine sono a mille e il dolore non si sente mentre faccio a spallate come un quindicenne in adorazione.
In due parole: Tornare adolescenti.

Ho99o9:
Un muro costituito da amplificatori Marshall riempie completamente il (piccolo) palco Adidas, i musicisti salgono sul palco vestiti da operai ed iniziano ad urlare i loro testi a cui fanno da sottofondo suoni di stampo metallaro e ritmiche prettamente punk-hardcore. Sono una furia, si spogliano dalle tute e si travestono da demoni-calamaro con le luci in testa mentre cercano il contatto diretto col pubblico che si lascia conquistare da questi sciamani improvvisati. Mi erano piaciuti i lavori su disco di questa band, che qui si conferma davvero una forza della natura
In due parole: Come se Mikky Blanco suonasse con gli Slipknot.

Islam Chipsy & EEK
Sono seduto sui gradini del palco Ray-Ban in attesa di Dj Coco, quando leggo un messaggio su Facebook lanciato come una bottiglia nel mare: “Ora tutti a ballare da Islam Chipsy”. Non so chi sia, mi documento, corro da lui. Sul palco mi si presenta la versione egiziana di Sean Paul che inizia a mescolare i suoni tipici della sua terra con l’elettronica più caciarona possibile, mentre dietro di lui due batteristi si cimentano in virtuosismi ritmici da trance. Sono le quattro ma la stanchezza sembra essere scomparsa mentre mi dimeno sotto i suoni africani e i tamburi impazziti, e con me un signore di oltre 50 anni che sembra non averne mai abbastanza di questi ritmi.
In due parole: La contaminazione culturale che ci piace.

Domenica 5:

Black Lips:
La voce l’hanno persa da un po’ ma è il più piccolo dei problemi di questo live. Nonostante si mostrino carichi e cattivi non riescono ad incidere più di tanto. Errori tecnici del batterista e una generale svogliatezza rendono lo show poco più che sufficiente, anche se su “Bad Kids” cantiamo tutti in coro saltellando. Fra i pochi momenti positivi, anche se non strettamente legato al concerto, è da sottolineare una proposta di matrimonio sul palco: lei ha detto sì.
In due parole: Pile scariche.

Ty Segall and The Muggers:
Uno show invertito: in tutti i sensi. Lui è sempre in mezzo al pubblico mentre gente esagitata sale sul palco per ballare con la band. Uno spettacolo di puro Rock’n’Roll creato da un ragazzo che ha più di 60 album all’attivo. Volano bottiglie, bambolotti di pezza e oggetti vari mentre osservo dal vivo l’ultima reincarnazione del Rock duro e puro, senza fronzoli ed estremamente efficace, che canta tutti i suoi pezzi migliori ad una bolgia di invasati completamente rapiti. Una degna conclusione del Festival.
In due parole: Un nuovo messia della musica.

Esco dal teatro Apolo stanco, sudato, ma con un sorriso che non riesco a togliermi dalla faccia. Intorno a me la gente è già nostalgica per ciò che ha appena vissuto e, probabilmente, si starà chiedendo “Dove sono i miei amici stanotte?”. La risposta è banale: accanto a te, distrutti ma soddisfatti e con la testa che pensa già alla line-up del prossimo anno.

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