Live Report: Queens of the Stone Age @ Mediolanum Forum, Assago (Milano)

f3

Ho ascoltato i Queens of the Stone Age per la prima volta all’età di dodici anni. “Go with the flow” mi invase le orecchie come una piccola rivoluzione stoner, dando il via alla mia relazione più duratura: quella con Josh Homme, ovviamente. Versi scritti su ogni diario da liceale, sulle scarpe della mia brevissima e fallimentare esperienza da tennista, su borse di dubbio gusto e fotocopie universitarie di provenienza illecita. I QOTSA, escludendo una piccola crisi ai tempi di “Era Vulgaris”, sono stati una presenza perpetua nella mia vita, probabilmente la band in attività che amo maggiormente. Penso a tutto questo mentre sono su un treno che, dopo aver lasciato la Capitale e trascorso una bella giornata genovese, mi porta in una Milano grigia e nebbiosa come da cliché.

Il forum di Assago è riempito all’inverosimile da una fauna eterogenea e sovraeccitata ed il mio posto in tribuna è ottimo sia per assistere a ciò che avviene sul palcoscenico, sia per osservare dall’alto il vero spettacolo: quello generato dal pubblico, che con le sue azioni e reazioni diventerà totalmente complementare alla band.
Ad aprire lo show sono i Band of Skulls, trio britannico che regala ai presenti una lezione di garage rock: in una notevole selezione di pezzi estratti dai loro album (“Baby Darling Doll Face Honey” del 2009 e “Sweet Sour” del 2012), intrigano e coinvolgono, si divertono e ci ricordano quanto i White Stripes abbiano fatto scuola e quanto, dalla loro eredità, sia ancora possibile attingere a piene mani. Un set elettrico che lascia il pubblico soddisfatto e nella fremente attesa di ciò che avverrà a breve.
Mentre il palco viene preparato per gli headliner, vivo il dramma del non funzionamento della app che avrebbe dovuto aggiornarmi sui risultati di Torino-Roma. Fortunatamente, sento provenire dal posto affianco le parole “Nun me funziona manco a me, ma m’hanno scritto su Whatsapp che ha segnato Strootman!” ed una gentile coppia di romani e romanisti mi regala la gioia del momentaneo 1-0 giallorosso.

Bene, ora possiamo iniziare.
Calano le luci, parte un conto alla rovescia sul grande schermo. Poi, i Queens of the Stone Age salgono sul palco: lo storico Troy Van Leeuwen, Michael Shuman, Dean Fertita, il nuovo batterista Jon Theodore (di casa nei Mars Volta) e lui, Josh Homme, un dio del rock ‘n roll dai capelli rossi e dalla camicia a quadri, che sin dai primi passi sul palcoscenico sembra esplodere di carisma e testosterone. Il possente groove di “Keep your eyes peeled” apre lo show, seguito senza esitazioni da “You think I ain’t worth a dollar, but I feel like a millionaire” e “No one knows”, primi pezzi estratti da quelll’indiscutibile capolavoro di “Songs for the deaf”. Quando arriva il momento di “My God is the sun”, primo singolo di “..Like Clockwork”, il pubblico è già caldo ed esaltato e continuerà ad essere tale grazie all’ottima alternanza tra i brani dell’ultimo disco e le storiche delizie: introdurrà con cori da stadio il riff di “Burn the witch” (sul quale la band inizia a giocare e divagare, perfettamente consapevole della sua abilità) e, dopo “I sat by the ocean”, si farà accarezzare dall’interessante accoppiata “Misfit love” e “..Like Clockwork”. Neanche una nota fuori posto, gli impeccabili cinque non danno alcun cenno di stanchezza: è chiaro che siamo di fronte ad autentici maestri, che con “In the fade”, “If I had a tail” e “Kalopsia” proseguono il loro set trascinati dall’inconfondibile voce di Mr. Homme, incredibilmente perfetta.

Il mio smartphone si illumina, un messaggio: pareggio del Torino e presunto errore arbitrale, 1-1. Dopo un paio di imprecazioni, “Little sister” riconquista la mia attenzione ed il suo assolo esalta ognuno dei presenti, seguito da “Smooth sailing”, che anticipa il trionfo di lussuria che avverrà con la successiva “Make it with chu”. Josh sale sul palco armato di sigaretta e movimenti di bacino che spingono a chiedersi “Ricky Martin chi?”. Tra un vocalizzo e l’altro, in un’esplosione di virilità, sfodera in un perfetto italiano “Ti scopo la figa”, “Ti rompo il culo”, causando grandi palpitazioni a buona parte del pubblico; a placare i bollenti spiriti sarà l’esplosione di potenza del trittico “Sick, sick, sick”, “Better living through chemistry” e “Go with the flow”. A seguire è “I appear missing”, grazie alla quale assisto ad una delle scene più incredibili che abbia mai visto: circa diecimila persone immobili, concentrate, ipnotizzate dall’unione di musica (sei minuti estesi, rarefatti) ed immagini, grazie ai bellissimi artwork firmati da Boneface e proiettati sull’enorme schermo. Un vero incantesimo. Poi, il buio.

Dopo una breve pausa, la band ritorna sul palco per eseguire “The vampyre of time and memory” (non senza alcuni problemi tecnici, con i quali Homme creerà un divertente siparietto) e “Feel good hit of the summer”, in cui farà capolino un accenno di “Rehab” della compianta Amy Winehouse. Sono trascorse circa due ore di show, è giunto il momento del gran finale e la straordinaria intro di batteria non lascia alcun dubbio: i QOTSA si congederanno con “Song for the dead” e l’impressionante energia spinge il pubblico a creare un enorme circle pit. Il colpo d’occhio, dalla mia postazione, fa pensare all’esplosione di una bomba atomica.

Con questo grande orgasmo collettivo si chiude un live straordinario, caratterizzato da una perfetta comunione tra band e pubblico e l’impeccabile performance di cinque musicisti che hanno molto da insegnare. Che dire, poi, di Josh Homme? Smettiamola di piangere sulle lapidi delle rockstar dei tempi che furono ed utilizziamo queste energie per celebrare chi è vivo e, domenica 3 novembre 2013, in un minuscolo luogo chiamato Assago, ha realizzato il grande miracolo del rock ‘n roll davanti a diecimila stronzi –me compresa.

(Testo e foto di Giada Arena)

f5

Lascia una risposta