Live Report: Dinosaur Jr. @Blackout Rock Club, Roma, 27/5/2013

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Stressed, depressed, but well dressed: così urla il famoso slogan, riprodotto sulla maglietta del cantante della band di apertura. Già, è Lunedì sera e i presupposti per rimanere a casa, ancora sfatti dagli eccessi del weekend e dal brusco ritorno alla normalità, ci sono tutti. Tuttavia, il popolo del rock ‘n roll non si ferma mai. A maggior ragione se ad esibirsi sul palco del Blackout Rock Club sono i Dinosaur Jr., mostri sacri della scena underground americana degli anni ’90, minimamente sfiorati dalla prospettiva di estinzione.

Muro di amplificatori Marshall/Fender, asciugamani e bottigliette d’acqua in abbondanza: la scena lascia presagire uno show incendiario. Le attese non vengono smentite. Così, sono costretto a ingurgitare presto la mia birra alla spina e ad abbandonare penna e quadernino nel fondo della borsa. Non è il caso di fare il poser stasera, meglio buttarsi nella mischia.

Il pubblico riempie il locale in un batter d’occhio: si saldano fra di loro almeno due generazioni, ossia quella dei fan storici e quella dei fan di giovane età (come me), che hanno iniziato ad apprezzare i Dinosaur Jr. collocandoli direttamente nella sfera dei classici. Infatti, in quel groviglio di carni sudate che scuote le membra al ritmo martellante delle canzoni, pogano senza sosta ragazzi giovanissimi, ventenni e trenta-quarantenni che tornano a sfoggiare le magliette da alternativi, proibite sul posto di lavoro.

Lo show dei Dinosaur Jr. è una macchina impazzita lanciata a folle velocità: non esistono pause tra le canzoni, queste ultime non vengono nemmeno presentate. Non ci sono intermezzi dedicati al chiacchiericcio sterile con il pubblico. C’è solo la musica, nuda e cruda. Anche l’atteggiamento dei tre musicisti ricalca tale filosofia: non si macchiano di nessuna performance eccessiva, sono semplicemente assorti nell’esecuzione dei propri brani. Addirittura, il cantante tiene gli occhi socchiusi per tutto il concerto. Deve trattarsi di un approccio mistico all’arte della musica.

Il momento più alto del concerto è sicuramente l’esecuzione di “Feel the Pain”, traccia di apertura dell’album “Without a Sound”, sulle cui note manca poco allo scoppio di un’isteria collettiva (a cui contribuisco in maniera diretta).

Così, tramortito da uno show impeccabile e con le orecchie in fiamme, posso iniziare col sorriso la mia settimana. Qualcuno affermava “I hate Mondays”. Non aveva capito nulla.

(Filippo Di Iorio)

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