Live Report: Depeche Mode @ Roma, Olimpico, 20/07/13

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Avrò avuto sì e no otto anni.

Un giorno la maestra ci fece fare un compito di inglese in cui dovevamo indicare tutte le nostre cose preferite: favourite colour, favourite tv show, favourite place etc.

Quando dovetti confessare quale fosse la mia canzone preferita, non ebbi dubbi: Policy of Truth dei Depeche Mode.

Questo per dire che sì, insomma, la passione per il trio inglese affonda le sue salde radici nella mia infanzia e, fra alti e bassi, mi ha accompagnato fino ad adesso.

E per adesso intendo adesso, mentre in piedi da almeno due ore nel prato di metallo dello Stadio Olimpico, passo il tempo che mi separa dal mio primo concerto dei Depeche Mode osservando a tratti l’immenso palco, che presenta un enorme schermo di forma irregolare a fare da sfondo al gruppo, corredato da due maxi-schermi laterali, a tratti l’immensa fiumana di gente che sciama e continuerà a sciamare fino a riempire anche l’ultimo sedile delle tribune.

L’eccitazione, fra il pubblico, è palpabile e garantisce una accoglienza più che dignitosa ai due opening act, gli italiani Motel Connection e l’americano Matthew Dear, che invece a me non entusiasmano particolarmente.

Mentre i primi puntano sul loro mix di house ed elettronica riscaldato da accenni pop che non possono non richiamare i Subsonica (con cui condividono il frontman, Samuel), il secondo unisce suggestioni techno e palesi riferimenti ai Depeche stessi (persino nell’abbigliamento: pare proprio Gahan qualche tour fa).

Per carità, entrambe le performance sono di alto livello, e in particolare Dear si distingue con un paio di episodi originali ed energizzati da una backing band da urlo, ma i timidi applausi che salutano i musicisti non fanno che confermare che, stasera, i sessantamila spettatori che riempiono lo stadio hanno fame di una cosa solo e soltanto.

Ed è mentre il cielo incomincia a farsi buio ed il ponentino a risollevare gli animi stremati dall’afa, che i Depeche Mode fanno il loro ingresso sul palco, puntualissimi, sulle note di Welcome To My World, primo brano dell’ultima fatica discografica, Delta Machine.

Music For The Masses, Black Celebration, Sounds of The Universe…anche solo scorrendo i titoli degli album della band, si percepisce che in qualche modo la musica dei Depeche si è spesso proposta aspirazioni universali, ecumeniche, totalizzanti.

E il concerto di stasera si presenta, infatti, con i caratteri di una sorta di messa pagana – in cui il miracolo riesce alla perfezione solamente se ognuno dei presenti si lascia rapire: generazioni di fan vecchi e nuovi vengono coinvolti senza tregua da un Dave Gahan più in forma che mai, a metà fra istrionico sciamano e diavolo tentatore, continuamente alla ricerca di una risposta dal pubblico, amen, amen, amen, continuamente in mostra, ma attento comunque a non oscurare del tutto i suoi compagni.

Il carattere simbolico della celebrazione è affidato fin da subito ai visuals preparati da Anton Corbijn, il genio in grado di tradurre in immagini il lavoro della band inglese in un modo così naturale che i due sembrano essere le facce della medesima medaglia.

La scenografia è asciutta e al tempo stesso ricchissima, soddisfacente, e contribuisce a fare da legante fra brani appartenenti a periodi molto diversi fra loro: niente sembra più normale che passare dall’atmosfera intima di Walking in My Shoes e il suo rock a Policy of Truth (godo) con il suo synth-pop sincopato.

Dave Gahan non si risparmia con il suo fare teatrale, correndo da un lato all’altro del palco instancabilmente, mentre Andy Fletcher, immobile, imperturbabile, gli fa da contrappunto, inchiodato al suo sintetizzatore, e Martin L. Gore, l’autore di quasi i tutti i pezzi dei Depeche, timidamente, tiene insieme l’impalcatura musicale.

Musicisti aggiunti, granitici e ottimi, Christian Eigner alla batteria (alla faccia di chi credeva che quella dei Depeche fosse sintetica) e Peter Gordeno alle tastiere.

Proprio quest’ultimo, dopo una tirata e partecipatissima versione di Barrel of A Gun, resta sul palco assieme a Martin L. Gore.

Intorno a me il respiro si ferma e persino i maniaci-della-foto-col-telefonino (che sono tanti, ma tanti, ma proprio tanti…) si acquietano, lasciando spazio ad una versione eterea e delicata di The Child Inside, quasi una filastrocca, anch’essa parte dell’ultimo Delta Machine.

Martin canta con la sua voce tenorile, quella che riconosci per le ballate romantiche, quella che nei dischi dei Depeche sperimenta col gospel e con la poesia, quella che sa accarezzare laddove quella di Dave Gahan sa sedurre.

Ma è su Shake The Disease che si compie la magia.

Recuperata direttamente dal 1985, intrisa di lustrini e falsetto ma anche di una certa ambigua oscurità, questa canzone a tema incomunicabilità è forse una di quelle più rappresentative della personalità di Gore.

Sempre il poeta e mai il mattatore, anche a 52 anni suonati, di fronte a una folla immensa e adorante tiene gli occhi bassi; se fossi più vicina probabilmente lo vedrei arrossire.

La versione che esegue stasera è stripped, solo piano e voce, e per questo ancora più bella e intensa. Meritatissima l’ovazione che giunge dal pubblico, quasi commosso.

Che ritorna a ballare sulle note di Heaven, per poi scatenarsi, infiammato, su Soothe My Soul, l’ultimo singolo della band di Basildon.

Una canzone molto catchy e pure furbetta, complice un testo piuttosto esplicito, cantata da un Dave Gahan in stato di grazia, che ad ogni “there’s only one way / to soothe my soul” fa sussultare il cuore di più di una fanciulla presente.

Segue poi A Pain That I’m Used To, che già di per sé presentava schitarrate quasi metal, corredata stasera da un visual particolarmente psichedelico, e poi A Question Of Time, di nuovo un successo degli anni ’80, e Secret To The End, a mio parere uno dei pezzi migliori di Delta Machine.

Ma è giunto il momento perché il concerto raggiunga il suo acme e lo stadio esploda, completamente ipnotizzato dalla doppietta killer Enjoy The Silence – Personal Jesus: la prima viene cantata all’unisono da tutti i presenti, mentre Dave Gahan non fa che porgere il microfono e sorridere felice, e la seconda, reinterpretata in chiave molto più blues del solito, assume quasi i toni di un inno nazionale.

Io, noi, noi pubblico siamo sommersi dall’emozione e ogni tentativo di mantenere un contegno o un individualità si infrange contro la monumentale bravura del gruppo nato a Basildon.

Che chiude il concerto sulle note epiche di Goodbye, brano conclusivo anche del loro ultimo lavoro, che si snodano su un altro dei geniali video girati da Corbijn, in cui i tre membri dei Depeche si scambiano vari cappelli.

Fra la gente accanto a me spunta la perla della serata allorché qualcuno suggella il filmato con un “tanto di cappello”.

Che sia tutto finito? Davvero?

La domanda serpeggia nel mio stomaco, ma tante facce intorno a me aspettano tranquille che il gruppo esca di nuovo. Così, effettivamente, succede: Martin Gore torna sul palco per eseguire la tenera Somebody e dare modo agli spettatori di illuminare lo stadio di accendini, o cellulari, o tablet.

In ogni modo, lo spettacolo è impressionante, e la struttura sembra quasi essere un cielo stellato che si ripiega in un abbraccio sui musicisti.

Che, in cambio, dopo che Gahan è tornato sul palco e ha presentato nuovamente il chitarrista Gore al pubblico, suonano la bellissima Halo, tratta da Violator, ancora una volta magistralmente interpretata dal video che scorre sullo sfondo, in cui una bella ragazza cammina attraversando boschi, fiumi, Berlino innevata, fino a salutarci con un muto sguardo. Sinceramente, breath-taking.

Da lì la strada per la chiusura dell’evento è tutta in discesa: si parte con Just Can’t Get Enough, una canzoncina di quelle à la Vince Clark (tasterista e compositore dei Depeche durante la primissima era, quella di Speak & Spell) che fa muovere il sedere a tutti quanti, e dà anche un minuscolo spazio per esibirsi al synth a Fletcher,seguita dall’atmosfera dark di I Feel You (l’unica che forse aveva un visual non proprio riuscito, in cui la sagoma di una ragazza ballava come in una pubblicità di Just Dance circondata da amplificatori).

Il gran finale è affidato a Never Let Me Down Again e al suo incedere maestoso, la sua melodia ipnotica che vorresti non si sciogliesse mai, e le sue voci che volano alte, senza voler mai tornare giù.

Il concerto è finito e noi andiamo in pace.

Non senza un pizzico di “italianità” il pubblico, scendendo le scale che portano verso il lungotevere, intonerà senza tregua Just Can’t Get Enough, e io non posso che dargli ragione, io che era da quando andavo in terza elementare che volevo esser qua.

Di concerti di questa qualità, davvero, non se ne può avere mai abbastanza.

(Giulia Delprato)

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