Live Report: Arctic Monkeys + The Vaccines + Miles Kane @Rock in Roma

PIGmag-arctic-monkeys

Incessantemente, la pioggia assedia i pomeriggi romani da una settimana: il cielo si rannuvola alle tre e tutto cessa alle sette di sera, al crepuscolo, riportando la pace negli animi esuberanti di chi vuol vivere ogni notte d’estate come fosse l’ultima.

Il 10 di Luglio non piove, e questo rafforza le aspettative nella miglior riuscita possibile del concerto della giornata: Arctic Monkeys con, in apertura, Miles Kane e The Vaccines. Indie rock di prima scelta, qualità assicurata made in England; certificazione proveniente da Sheffield per i primi, Birkenhead e Londra, rispettivamente, per i secondi.

Le porte si aprono alle sei in punto, già una fila incalcolabile di ragazzi accaldati si staglia all’orizzonte dell’Ippodromo delle Capannelle. Chi canticchia, chi sbevazza Lambrusco (coraggiosa scelta alle sei di un giorno di Luglio), chi s’interroga su quale sia la corretta pronuncia del nome Vaccines – “vaccìnes”, “vaccini”, “vaccinessss”.
Finalmente l’ingresso agognato, davanti al palco le posizioni strategiche sono state occupate. Il pubblico è poliedrico e vanta la presenza di qualche famigliola riunitasi nel nome dell’amore della progenie per la terra d’Albione. Genitori rock’n’roll, miti viventi a 45 anni.

Alle otto, le prime luci si accendono: è il momento di Miles Kane. Miles ha acquisito negli anni un sempre crescente successo, anche se il suo debutto solista ha origini nel recente 2009. Con la band The Rascals prima, e con Alex Turner degli Arctic Monkeys poi (componenti il duo dei The Last Shadow Puppets), ha pubblicato due album apprezzati a gran voce dalla critica, dei cui testi è autore oltre che magistrale esecutore. Miles Kane è un animale da palcoscenico: suona per un’ora infiammando gli spettatori con alcuni dei suoi brani più famosi (“Don’t forget who you are”, “Come closer”) ed alla chitarra si scatena con abilità tecniche di grande effetto. Ottimo rapporto con il pubblico, coinvolgimento totale e performance unica. Quasi è dispiaciuto vederlo tornare nel backstage a fine esibizione, con un look da quinto Beatle proiettato nel 2013.

Round #2, ore 21. Salgono sul palco The Vaccines, freschi di pubblicazione del secondo album “Come of Age”. Sono impeccabili quanto ad energia, entusiasmo: i pezzi più carichi sono quelli di maggiore impatto (“Teenage Icon”, “If you wanna” – che il mio caro amico Livio mi informa essere conosciuto particolarmente per fare da colonna sonora al videogioco PES). Pare davvero di stare ascoltando il disco con le cuffie alle orecchie, salvo le 2000 persone intorno che rendono il tutto un po’ meno intimo. I brani più lenti, però, non convincono. Quasi stancano. Il loro non è stato uno show memorabile, ci si aspettava di più, dati gli attributi della loro produzione potente. Ma the show must go on, e, continuando su scia anglosassone, the best is yet to come.

Alle 22:15, con un leggero ritardo quanto ai tempi preventivati, si accendono due enormi lettere composte di luci: A ed M. E’ giunta l’ora, stanno arrivando gli Arctic Monkeys. Il cantante Alex Turner è in forma splendente, con un ciuffo rockabilly che si allontana dal suo ordinario stile brit; si sa, tuttavia, che Josh Homme (leader dei Queens of the Stone Age e produttore di “Humbug”) ha contribuito ad influenzare sonorità più cupe e un aspetto più americano della band.
Il primo pezzo è l’inedito “Do I wanna Know”, che anticipa l’album “AM” in uscita il 9 Settembre 2013. Delirio. I fans che lo hanno già scovato in rete conoscono ogni parola a memoria. Senza pause seguono “Brianstorm” e “Dancing Shoes”, velocissimi e impazziti di cui, personalmente, ricorderò la meravigliosa esecuzione ed i lividi multipli che il pogo frenetico mi ha provocato. Giustificatissimo, non si può restare fermi su due canzoni grandiose come queste.
Nessuna delle tracce più famose viene saltata, con infinita gratitudine del pubblico: “I bet that you look good on the dancefloor”, “Fake tales of San Francisco”, “Fluorescent Adolescent”, “Crying Lightning” una dopo l’altra incantano, soddisfano, sono perfette. Persino la meno movimentata “Brick by Brick” viene presentata in una versione scandita, molto più rapida, ed è adrenalina a furor di popolo.
Non si risparmiano, suonano per due ore con la stessa carica, senza dar tempo di respirare. Il leader Alex presenta la band, ringrazia tanto Roma, quanto i presenti; si diletta in qualche battuta sorniona verso le gentili donzelle e, per par condicio, invita il pubblico maschile a saltare e mostrargli davvero quale sia l’anima rockettara della Capitale. Eccezionale. Splendido.

A conclusione di questo report, che sarebbe altrimenti apparso fazioso, ammetto che gli Arctic Monkeys siano la mia band preferita dall’età di 16 anni, la band con cui sono cresciuta e per la quale ho ed avrò devozione eterna. Non basterebbero mille paragrafi per dar voce a quello che questo concerto ha potuto suscitare nel mio cuore e scolpire nella mia memoria. Oggettivamente, però, è stato un live straordinario, senza pecca alcuna, fedele agli album e travolgente.

Dopo circa 12 brani, le Scimmie si allontanano dal palco per qualche momento, ma non è neppure necessario richiamarle con la solita richiesta di un bis che già si riaffacciano. Delizia ultima, ciliegina sulla torta, tre altre canzoni: la dolcissima “Cornerstone”; “505”, di cui è coautore lo stesso Miles Kane che viene invitato a suonarla insieme alla band (una combo impagabile); e “When the Sun goes Down”, la mia preferita, che ha sfrenato la folla ormai priva di qualsiasi controllo, fisico oltre che emotivo. Alex si è avvicinato così tanto al pubblico che sembrava cantasse per ciascuno di noi solo, per i nostri occhi sognanti.

Indimenticabile, così bello che quasi non ci credo. Eppure è successo, e posso dire di aver avuto l’onore di esserci.

(Laura Caprino)

Lascia una risposta