Africa Unite @ Blackout Rock Club, Roma

foto-di-africa-unite

(10/04/2013)

A 15/16 anni gli Africa Unite sono stati l’epifania del reggae italiano per il sottoscritto, tutto dedicato a metal e punk. Album come “Babilonia e Poesia” e “Un sole che brucia” sono stati evangelici, in tal senso. Dischi nati nei primi anni Novanta, nel pieno del movimento delle Posse e della Pantera. Anni di transizione tra Prima e Seconda Repubblica. Dischi ancora attualissimi e, probabilmente, inarrivabili. Per questi motivi la notizia del ritorno degli Africa Unite alla formazione di quegli album, solo per questo tour speciale, ha reso felice me e tanti altri fans della band piemontese che, pur apprezzando tutto ciò che Bunna & Madaski hanno prodotto successivamente, non vedevano l’ora di riascoltare quei brani. Accanto al nucleo storico del gruppo e all’immancabile percussionista Papa Nico, Gianluca “Cato” Senatore al basso, Sir Joe alla batteria, il sax inconfondibile di Paolo Parpaglione e, alla chitarra, quel Max Casacci che, dopo aver lasciato gli Africa, avrebbe fondato una delle band italiane più di successo degli ultimi quindici anni: i Subsonica.

L’età media del pubblico è abbastanza alta, a dimostrare quasi che si trattava più di una riunione di famiglia e di affezionati storici. Il concerto comincia intorno alle 23 da quello che probabilmente è un pezzo simbolo di quegli anni: “Subacqueo”, dub poetry originalissima che insieme a “Sonica” dei Marlene Kuntz avrebbe contribuito a dare il nome ai Subsonica. Di lì, dritti come un treno, tutti i grandi classici dei primi quattro album della band, compresi i primi due in inglese. “Nella mia città”, “Salmodia”, “Ruggine”, “Scegli” (allora registrata in collaborazione con un Giuliano Palma ancora voce dei Casino Royale), “Politics”, “When People”, “Molto importante”, il lato oscuro di “Babilonia e poesia”. La band è carica, si diverte, suona con scioltezza e passione, coinvolge il pubblico che non può restar fermo un secondo. Probabilmente il momento più saliente del concerto è la doppietta “Cantè”/”Lega la lega”, binomio perfetto per dare il senso di ciò che è stato il periodo delle posse in Italia. Le voci di Bunna e Madaski si alternano che è una bellezza, ma soprattutto… il sax di Parpaglione, quanto ci era mancato! La band torna per ben due volte con i bis, chiamati a gran voce da una platea che non ne vuol sapere di porre fine a un concerto che è un ritratto di famiglia, di ciò che è stato e che, per il giusto tempo, è tornato ad essere. L’occasione, per chi come me all’epoca era ancora nella culla, di toccare con mano una pagina importante della musica italiana. Perché, con tutto il rispetto per altre valide realtà, gli Africa Unite SONO il Reggae in Italia. Senza se e senza ma.

(Livio Ghilardi)

Lascia una risposta