Radio Bombay intervista Paolo Saporiti

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Improvviso come nel jazz e ti chiedo che rapporto hai con quel genere musicale e con gli altri generi come il rap o l’elettronica.

Il rap proprio non mi piace, mi spiace. Anzi c’è qualcosa che trovo davvero imbarazzante nell’atteggiamento di alcuni discografici che prima ti dicono di amare un cantautore come David Crosby e l’istante dopo ti stanno già vendendo uno come Fabri Fibra, parlo dell’Italia ovviamente, indicandolo come l’unico in grado di dire e raccontare la verità e parlare del reale stato delle cose. Mah. Molta perplessità a riguardo. L’elettronica, un altro paio di maniche. Anche se, a dirti il vero, c’è tutta quella parte direttamente collegata con l’uso di droghe nei club che non mi soddisfa per niente. Se però parliamo di Alva Noto, Christian Fennesz o di quel contesto che sta sotto musicisti quali David Sylvian e Molvaer, ad esempio, beh allora la musica cambia! Il jazz mi piace un casino ma va a momenti. Ho fatto tutto l‘anno scorso ad ascoltare quasi soltanto jazz con Mingus, Paul Bley, Carla Bley, Gavin Bryars, Bill Frisell, John Zorn, Charlie Parker, Keith Jarrett, una marea di gente… Erroll Garner, John Coltrane, Alice Coltrane, Jimmy Giuffrè, Ellington, Miles, Clifford Brown, Cecil Taylor, mi piace mescolare e chi mescola. Direi però che quello che ho cercato, come sempre, sono voci sincere e profonde, costantemente in ascolto e alla ricerca di un’espressione pulita, autentica e veritiera di se stessi. Albert Ayler.

Capire a chi o a che genere ti sei ispirato e ti ispiri.

Sono nato e cresciuto ascoltando i cantautori americani, inglesi o canadesi che mio padre e mio zio avevano in casa e da lì mi son mosso ma soltanto dopo molti anni. Mia mamma suonava e cantava per se stessa probabilmente fin a quando mi ha tenuto in pancia, mio padre ascoltava, principalmente in cuffia e io ho iniziato a memorizzare e a costruirmi un linguaggio e un mondo personale. Ho vissuto immerso in Nick Drake, James Taylor, John Martyn, Bruce Cockburn, Joni Mitchell, Tom Waits, Jackson Browne, Leo Kottke, John Fahey, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Tim Buckley, Jefferson Airplane, The Who, Tim Hardin, Fred Neil, Rickie Lee Jones poi son passato a Will Oldham, Jason Molina, Arab Strap, Alice in Chains, Modest Mouse, Califone potrei andare avanti per due ore e mezza. Scott Walker, Roy Harper, Dakota Suite, Radiohead, Neil Young! Vivo di musica e tutto ciò che mi circonda, se non ne fa già parte, finirà col farne. Gli Swans! The Red Crayola o Krayola…

Milano, la tua citta’, ha contribuito alla tua formazione musicale in che modo?

Rifornendomi nel tempo, dopo anni di campagna ricchi della sola possibilità di praticare ogni tipo di sport e crescere lontano dai guai, di tutto quello che sono diventato oggi, cosa che solo una metropoli oggigiorno può offrire a una persona con degli interessi, tipo frequentare concerti, teatri, cinema, librerie, negozi di dischi, corsi, palazzi, piazze e poi anche cani, colori, fumo, smog, catarro, influenza, birra e vino, ristoranti, trattorie, etc. e case discografiche, locali in cui suonare e amicizie, collaborazioni e nemici. Vita. Donne. Oggi la situazione è peggiorata ma siamo sempre qui, nel nostro piccolo, a sperare e a cercare di contribuire in qualche modo a una tanto auspicata ripresa del Paese.

La tua scelta di un rock cantato in italiano e’ un’ambizione, un’acrobazia o una scelta sperimentale?

Allora, io canto in inglese per scelta e per riflesso, nel senso che, avendo sempre e soltanto ascoltato musica in inglese, per me non si è quasi mai neanche trattato di decidere, era già tutto fatto e stabilito e ben presente nelle mie corde, organi e muscoli. Ora l’italiano si sta affacciando alla mia finestra per una questione professionale, di lavoro e di voglia di comunicare, un’esigenza che sta diventando impellente. Certo sono giovane in questo e l’attesa e la prospettiva stessa mi entusiasmano ma il percorso è complesso, lungo e lento. In realtà potremmo già esserci, ma anche un po’ per scaramanzia metto le mani avanti e tiro un poco il freno…

Ascoltarti a lavoro finito com’e’ stato? Come rileggere i miei scritti e pensare che e’ tutto da riscrivere?

Ascoltarmi non finisce e non inizia mai. Sono sempre lì e non ci sono mai.
Ogni tanto scatto una foto, un’istantanea e mi specchio ma quel che conta sono gli occhi e le orecchie degli altri. Sono immerso in quel processo e tutti i giorni mi rinnovo, come tutti, e mi dimentico di me stesso molto spesso, sempre di più e ne sono felice.

(Giovanna Sardelli)

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