Radio Bombay intervista i Movimento

 

  1. Ascoltandovi su disco, ciò che colpisce di più è un notevole approccio funk, che live si accompagna ad una grinta decisamente rock e ad un positivo uso dell’elettronica: come convivono queste diverse anime dei Movimento?

M: Come convivono non lo sappiamo, ma comunque convivono. Il funk e il rock sono passioni che da sempre ci accomunano, sono i generi musicali che più amiamo e più volentieri suoniamo. L’aggiunta dell’elettronica è stata una “casuale” necessità. Sentivamo che nella nostra musica mancava qualcosa che a fare da supporto per la base strumentale, qualcosa che sostenesse il ritmo della voce senza però essere troppo invadente nella melodia della canzone. L’incontro “musicale” con Giacomo è avvenuto per caso ma ci ha permesso di aggiungere qualcosa che ai nostri pezzi mancava. Forse la presenza di una sola chitarra non permetteva di riempire al meglio tutti gli spazi vuoti nelle canzoni e l’estrema “flessibilità” dell’elettronica ci ha aperto delle strade che fino a qualche tempo fa ignoravamo completamente. Pensiamo che le nostre canzoni ora abbiano una maggiore omogeneità a livello ritmico.

 

  1. Il vostro ultimo EP è intitolato “Stato di insicurezza” ed in “Crepa”, contenuta all’interno di esso, affermate “Odio questo stato, non è più mio”: a cosa vi riferite? E’ un’estesa critica alla società o un’affermazione dall’odore introspettivo?

M: Le nostre canzoni spesso raccontano sempre delle storie di persone comuni che si trovano ad affrontare delle scelte nella propria vita. In Crepa si racconta la storia di un uomo svuotato di tutto, delle proprie ricchezze, del proprio benessere e della propria stabilità. Un uomo che arriva a concepire l’omicidio politico come unica soluzione ai propri problemi. Ovvio che la frase “Odio questo stato” può essere ambigua ma forse serve proprio per stimolare la malizia di chi ascolta. Il nostro interesse è sempre quello di mostrare la sensibilità d’animo dei più emarginati, che poi sia negativa o positiva, sociale o antisociale non è compito nostro dirlo. Forse Crepa è la traccia che descrive meglio questo stato d’insicurezza ed anche in questo caso la parola “stato” è lasciata a libera interpretazione.

  1. Ascoltando i vostri testi, sembrate molto, molto arrabbiati: cosa c’è all’origine della rabbia dei Movimento? Perché è un elemento così costante?

M: Forse siamo arrabbiati come la maggior parte dei ragazzi della nostra età ma piuttosto che sfogare questa rabbia negli stadi preferiamo urlarla dentro un microfono. Diciamo che non ce l’abbiamo con nessuno in particolare, ma forse sarebbe come dire che ce l’abbiamo con tutti. Questa rabbia nasce innanzitutto dalla voglia di “liberarsi” di ciò che teniamo dentro e l’unico modo che abbiamo per farlo è quello di arrabbiarci suonando e componendo. Per quanto riguarda i testi, forse la causa della rabbia di fondo è da ricercare nelle situazioni che raccontiamo, situazioni particolari, di soggetti arrabbiati ed uno dei modi per raccontare la rabbia è attraverso di essa. Alla fine la nostra è una rabbia fittizia, è un semplice canale di sfogo. Anche se forse nella vita bisogna sempre essere un po’ arrabbiati con qualcuno, con se stessi, per avere sempre una spinta ad andare avanti e fare meglio.

  1. Il vostro progetto ha preso vita nel 2006 con il nome di Circle. Quali passaggi vi hanno portato fino a qui, oggi?

M: I cambiamenti dal 2006 ad oggi sono stati veramente tanti e sarebbe inutile e noioso ricordarli tutti. Sicuramente le cose che più ci sono servite sono stati i rapporti con gli “esperti del settore”. Ci è capitato più di una volta di aver incontrato venditori di promesse che poi si sono rivelati dei ciarlatani. Queste esperienze ci hanno fatto capire quanto sia importante guardarsi intorno nel modo giusto. A livello musicale abbiamo superato molte fasi, prima fra tutte il passaggio dalla lingua inglese a quella italiana, abbiamo capito quanto sia importante comunicare un concetto nella propria lingua, è ciò che permette di entrare più intensamente nel pezzo. I cambiamenti più significativi sono in cantiere e molto probabilmente arriveranno con questo 2013.

  1. Radio Bombay vi ha conosciuto ad una delle serate di “Un palco per tutti”, iniziativa per nuovi talenti musicali: come pensate che una band emergente possa iniziare ad affermarsi in una scena italiana dai meccanismi spesso incomprensibili?

M: Questo che stiamo attraversando oggi è un momento culturale tanto povero quanto variegato. Le possibilità che un gruppo ha di fare il salto di qualità sono veramente minime, ma per fortuna delle realtà come Martelive credono ancora nei progetti musicali emergenti. Purtroppo nessuno ha il libretto d’istruzioni per il successo, secondo noi l’unica via da seguire è quella del sacrificio e del duro lavoro, se il prodotto che un musicista riesce ad offrire è valido non passerà inosservato. Ciò che manca oggi è una “curiosità” di fondo, che possa spingere le giovani generazioni ad uscire dai labirinti mediatici per cercare nuove forme di espressione musicale che purtroppo in Italia rimangono spesso in sordina. Ora i social network sono diventati un’enorme “vetrina” per gli artisti di ogni genere, ma come in un centro commerciale le persone si fermano solo davanti alle vetrine che gli interessano. Bisognerebbe rimettere in discussione la “voglia d’arte” di ognuno di noi.

  1. Cos’hanno in cantiere i Movimento, per il futuro?

M: Il nostro è un cantiere sempre a lavoro, non ci piace stare fermi. Stiamo rimettendo in discussione la nostra identità di gruppo. Grazie alla produzione che ci è stata offerta da Tracce Sonore stiamo realizzando un disco che sarà ufficialmente il nostro primo lavoro serio. Insieme a questo disco cercheremo di ridisegnare totalmente la nostra immagine per cercare di dare vita ad un concetto reale di “Movimento”. Nel 2013 ci sarà sicuramente da divertirsi e speriamo di farlo tutti insieme.

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