Radio Bombay intervista i Granada Circus

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Perché Granada Circus? Domanda scontata, ma per me sempre interessante, considero la scelta del nome come la stesura del manifesto di un gruppo.

Totalmente a caso!

Nella tracklist del vostro album d’esordio salta all’occhio l’alternanza di brani in lingua inglese con alcuni in lingua italiana. Dovete ancora trovare la vostra forma definitiva o credete che questa sarà la strada che seguirete anche in futuro?

L’uscita del disco ha coinciso con la nostra decisione di abbandonare l’inglese, a favore dell’italiano.

Sicuramente dobbiamo ancora sperimentare varie possibilità, vediamo in questo momento delinearsi una possibile strada percorribile ma è ancora tutta da percorrere!

Oltre che nelle due tracce interamente strumentali, in tutti i vostri pezzi si nota l’importanza che date alla musica in senso stretto: è l’ora di riportare al centro la composizione, gli strumenti?

Sicuramente diamo molta importanza alla parte strumentale ma in realtà stiamo virando verso una forma più cantata. In più il nostro approccio fuori dagli schemi strutturali ci guida lontano da ritornelli orecchiabili e ripetibili (e ripetuti!) ma allo stesso tempo non ci impedisce di fare canzoni “tradizionali”.

Nelle vostre canzoni sento il funk, il post-rock, l’indie-rock: vi riconoscete in queste definizioni? Voi come vi definireste?

Come molti, non ci piace più di tanto l’etichetta di genere… ma per forza di cose alle volte serve trovare una definizione.

In questo caso optiamo per due diverse risposte in base alla serietà del contesto:

1- Coincide con la vostra definizione qui sopra

2- Stallarock

In “Universo” c’è una conta che sembra scandire le tappe di un viaggio, forse interiore: di cosa racconta?

È la meditazione.

La conta scandisce il viaggio attraverso 7 livelli di noi stessi e quindi 7 livelli universali, ognuno dei quali con una sintetica descrizione aperta a diverse visioni interpretative.

In questo viaggio verticale ci si “sveglia” da un torpore iniziale pian piano fino ad una consapevolezza, uscendo al di fuori di noi stessi.

In questo testo abbiamo avuto potuto avvalerci della collaborazione di Zuo, un musicista molto vicino al nostro gruppo, che all’epoca dell’uscita del disco era a tutti gli effetti il nostro manager spirituale.

Dal vostro punto di vista, qual è lo stato di salute della scena musicale italiana? E di quella romana in particolare?

Crediamo che ci sia un po’ di fermento in Italia ed anche a Roma, ma contestualizzando e considerando la grande quantità di progetti, di spazi fisici per potersi esibire, di spazi web, di nuove etichette indipendenti, di videoclip su youtube e di mi piace su facebook abbiamo anche l’impressione che ci sia una generale tendenza a costruire qualcosa di solo apparente.

Noi stessi ci siamo trovati di fronte all’esigenza di ‘combattere’ online per poter ottenere un ingaggio, invece di poter ‘combattere’ su un palco o in sala prove. È sicuramente disarmante la quantità di richieste di suonare gratis che si ricevono, a Roma molto più che nel resto d’Italia.

Cosa hanno in cantiere i Granada Circus per il futuro?

Stiamo lavorando alla stesura di alcuni brani che vorremmo sottoporre all’ascolto di alcune realtà discografiche indipendenti, brani che poi dovrebbero andare a comporre il nostro prossimo disco.

Il nostro primo album è stato un lavoro totalmente autoprodotto, autoregistrato, autogestito, ed è stato un bene, perché ci ha permesso di capire noi stessi. Ora sentiamo l’esigenza di spingerci più avanti per poter maturare, e per poter raggiungere un pubblico più vasto, nonché per avere delle sfide più grandi da affrontare.

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