Radio Bombay intervista i C-Ruber

La vostra biografia afferma che i C-Ruber “nascono nel 2012, dalle ceneri degli Hard Times”. Da quanto tempo suonate insieme e come vi siete evoluti?

La nostra, come tutte le storie romantiche, inizia con gente che non sa realmente suonare ma ha la sola voglia di fare. Il nostro primo gruppo era formato da quattro chitarre, nessuna batteria, nessun basso ma forte era la voglia di poter creare canzoni proprie. A 15 anni, quando per la prima volta ci avvicinammo alla musica, il nostro primo pensiero fu quello di fare cose nuove, non avendo concrete nozioni musicali né la più pallida idea di come si gestisse una band. Quindi in realtà si può dire che abbiamo cominciato a suonare insieme quando ogni singolo membro (tutti coetanei) ha iniziato a rincorrere la propria idea di musica. Il 2012 è stato l’anno della svolta perché per la prima volta abbiamo pensato a dare una forma definita al nostro gruppo con un nome nuovo e con idee che ci rappresentassero fino in fondo musicalmente.

Tra le vostre principali influenze, è possibile riconoscere la migliore eredità di Radiohead e Muse: come elaborate ciò che vi ispira e cosa c’è all’origine del vostro processo creativo?

Penso di poter parlare anche per Stefano dicendo che alla base del nostro processo creativo vi sia la noia e la voglia di evasione. Le nostre canzoni nascono nei pomeriggi ”meno”… e, per nostra fortuna, vengono interamente elaborate tramite un processo di astrazione nel quale diamo forma musicale al sentimento che è alla base di ogni pezzo. Il passaggio intermedio è quello del confronto con un singolo membro del gruppo che serve a dare concretezza alle idee fino a quel momento astratte. Infine vengono ultimate nella nostra sala prove dove ogni componente del gruppo contribuisce all’arrangiamento finale del pezzo.

Per quanto riguarda le nostre influenze sono talmente vaste che sarebbe riduttivo attribuirle ai due soli nomi citati, quindi, in definitiva, cerchiamo di non essere schiavi di singole influenze ma elaborare le nostre idee con il nostro sentimento e la sommatoria dell’estro che appartiene ad ognuno.

Generate musica attraversata da stili, suggestioni, emozioni diverse: cinque parole per descriverla.

– introspezione, intesa come la necessità di ritrovare in ognuna delle nostre coscienze un senso più ampio e non riconducibile alla mera musica come aggregazione;

– energia, in entrambi gli emisferi della sua connotazione: positiva/negativa;

– estetica, che si riflette nella ricerca del bello oggettivamente riconosciuto quindi anche pop ma anche nella ricerca della singola caratteristica o suono che elevi la nostra musica a un livello superiore;

– solletico, inteso come la voglia di liberare ogni emozione: gioia o sofferenza che è alla base del processo creativo del gruppo;

– sinergia tradotta nella voglia di fare emergere ogni singola parte di arrangiamento come fondamentale del complesso.

Il vostro nome, per esteso, è Clathrus Ruber, lo stesso di un fungo dalla curiosa forma “a gabbia”, gabbia all’interno della quale vi rinchiudete nei vostri live, indossando tute che fanno pensare a catastrofi nucleari. Quanto è importante per voi l’aspetto scenografico?

Parlando sinceramente, non abbiamo mai dato così tanta importanza all’aspetto scenografico. Il nostro pensiero era: ” le canzoni sono belle! alla gente piacerà…”.

Non ci siamo mai resi conto che dovevamo coinvolgere il pubblico in più ambiti sensoriali facendolo calare nel ”mood” giusto. Attraverso le esperienze condotte nell’arco del 2012 abbiamo finalmente realizzato che la nostra musica necessità di attenzione ed empatia per essere realmente apprezzata e abbiamo assaporato il divertimento nello sperimentare anche dal punto di vista scenografico. In sostanza abbiamo cercato di dare un’ identità univoca al nostro gruppo, con mezzi di cui siamo in possesso. Ovviamente siamo ancora alle prime armi e auspichiamo a fare del look un nostro punto di forza nei live che verranno. Quindi continuate o cominciate a seguirci!

Buona parte dei testi dei vostri brani è in lingua inglese, ma recentemente avete scritto pezzi anche in italiano: quale lingua prediligete? A cosa è dovuto questo passaggio alla lingua di Dante?

La nostra musica voleva essere dotata della più ampia comprensibilità e comunicabilità, per questo l’inglese. Come per il look il concetto è lo stesso, ci siamo ritrovati a fare un passo indietro una volta capito che per comunicare al più delle persone in italia bisogna parlare nella lingua madre.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

I nostri progetti sono: sicuramente suonare abbastanza per attirare l’attenzione di qualcuno che possa produrre il nostro primo album, inteso come futuro imminente, ma soprattutto, come obiettivo per il FUTURO, suonare a Wembley!

(Giada Arena)

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