Radio Bombay intervista gli Oonar

(Foto di Federico Chiesa)

Li abbiamo visti ed ascoltati in uno dei mercoledì di Un Palco per tutti, e sono stati, secondo noi, i migliori della serata. Loro sono gli Oonar e questa è la nostra intervista.

1.Iniziamo dal vostro nome: Oonar viene dal greco e vuol dire “sogno”. Perché proprio questo vocabolo e quanto di esso si rispecchia nella vostra musica? Ascoltando le vostre canzoni sembra di percepire un’atmosfera onirica, a volte quasi da incubo…

C: Il sogno ti porta via dalla credibilità quotidiana e ti lascia faccia a faccia con i sentimenti più intimi. Vorremmo rappresentare stati d’animo puri, in una specie di gioco introspettivo, con il linguaggio diretto della musica. In questo, il filone dell’elettronica ti aiuta, perché non hai di fronte nessun timbro prefissato che ti costringa a rimanere dentro le capacità dello strumento che suoni: puoi sperimentare praticamente qualsiasi cosa!

R: I sogni non sono altro che realtà alternative costruite dal nostro subconscio. Tutto ciò che esiste, esiste, in virtù di una “dualità”. Il giorno e la notte, il bene e il male. Anche i sogni, per esistere, hanno bisogno degli incubi.

 2.Ad un primo ascolto viene facile accostarvi a gruppi come Keane, The Killers e Joy Division. Da chi traete ispirazione? Chi sono i vostri mentori musicali?

 C: Tutti noi veniamo da background diversi: prima di unirci nella band c’era chi ascoltava metal, chi il dark, chi il rock psichedelico. Poi, suonando insieme, siamo cambiati influenzandoci a vicenda: di conseguenza, i nostri gusti hanno cominciato a confluire verso dei punti di contatto. Tuttavia, le origini hanno fatto sì che il nostro pantheon attuale sia ampio: in ordine sparso, Depeche Mode, Subsonica, The Doors, Bluvertigo, Rolling Stones, The Cure, The Prodigy, per citare i più noti. Hanno fatto anche sì che, tra quando entriamo in sala prove con le prime bozze di canzone, e quando ne usciamo tutti soddisfatti, di solito passi parecchio tempo!

 R: Siamo cresciuti in una provincia (Latina) in cui, per avere qualche chance di suonare dal vivo, spesso ci veniva richiesto di suonare le cover del momento. Fortunatamente, non siamo mai diventati una cover band e abbiamo portato avanti da sempre il “nostro sogno”: creare musica originale con un linguaggio universale. Anche grazie al fatto di non avere troppe influenze in comune!

 3.In “Running”, singolo del vostro EP omonimo che mi ha particolarmente colpito, c’è questo costante invito a correre e fuggire. Ma da cosa? Da se stessi, dalla propria città?

 R: Running è un’incitazione. Evadere dagli stereotipi e dalle omologazioni che la quotidianità inevitabilmente ci induce a seguire per trovare una nostra dimensione, un nostro recinto sicuro. Oggi ritengo che sia necessario regredire e avere il coraggio di perdere un po’ delle nostre certezze per tornare a credere nelle proprie idee e nelle proprie capacità. Sarebbe bello se tutti potessero sentirsi liberi al punto di creare qualcosa di nuovo qualcosa in cui credere di nuovo. Le persone ha bisogno di poter credere ancora.

 4.Siete stati notati su MySpace dallo speaker radiofonico Antonio Danese, in seguito avete iniziato a collaborare con le etichette Music Force e Don’t Call Me Records. Al giorno d’oggi quanto sono importanti secondo voi i social network per affermarsi nella scena musicale italiana?

 Se da un lato i social network hanno permesso di dare nuova linfa alla musica indipendente, dall’altro il mercato è ancora più saturo di prima. La cosa che più ci dispiace è che, malgrado le nuove sonorità che si ascoltano in giro e malgrado la quantità di band molto valide sul web, in radio si ascolti sempre lo stesso genere di cose, e non ci siano case discografiche (major) che osino proporre qualcosa di nuovo al pubblico “mainstream”. Fortunatamente esistono le web radio, le etichette indipendenti e radio con palinsesti di musica indipendente. Siamo sicuri che i ragazzi, che oggi ascoltano una grande varietà di generi musicali, domani saranno anche grandi produttori di musica originale, come è stato un tempo.

 5.Siete approdati addirittura in Spagna e Slovenia. Dobbiamo aspettarci esibizioni internazionali?

 C: Sarebbe fantastico. Del resto, cantare in Inglese dovrebbe renderci possibile raggiungere quante più persone possibile. I sentimenti non parlano lingue diverse: esibendoci dal vivo fuori dai confini potremmo percepire se abbiamo raggiunto davvero il nostro scopo – anzi, per restare in tema, il nostro sogno!

 R: La nostra etichetta punta molto sull’internazionalità del nostro progetto: sarebbe un’esperienza stupenda e necessaria per poter progredire in senso artistico.

 6.Domanda inflazionata, ma permettetemela: progetti per il futuro?

 L’EP è stato un primo esperimento in studio, e rappresenta una “bozza” del nostro sound. Vorremmo registrare un nuovo disco con tutti i brani che solitamente suoniamo dal vivo insieme ad altri a cui stiamo ancora lavorando. Vogliamo sfruttare tutto ciò che abbiamo imparato (dalla nuova strumentazione alle esperienze live) per alimentare il nostro sogno e divulgarlo il più possibile.

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