Radio Bombay intervista Giulio “Ragno” Favero

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Giulio “Ragno” Favero è sicuramente uno degli artisti più attivi e interessanti della scena musicale italiana, e questa ormai non è più una novità. Bassista del Teatro degli Orrori dopo una lunga attività (poi parallela) con gli One Dimensional Man, produttore richiesto, instancabile musicista live. Recentemente, insieme a Capovilla e compagni, è ripassato da Roma per il tour che ha riproposto integralmente “A Sangue Freddo”, secondo album del Teatro. Fa strano che una band con tre album all’attivo faccia un tour celebrativo di un disco uscito solo pochissimi anni fa, ma tant’è. Poco tempo prima, però, l’avevamo intercettato al Go Dai Fest, evento ideato da Daniele Tortora e Rodrigo D’Erasmo presso l’Angelo Mai Altrove Occupato e che ha visto a turno lo stesso Giulio, Enrico Gabrielli, Manuel Agnelli ed altri alternarsi in qualità di direttori artistici di una serata a cadenza mensile.
Ecco il resoconto della nostra chiacchierata con Giulio.

Iniziamo presentando il tuo nuovo progetto Duo Mahajall insieme ad Alfonso Santimone.
In realtà è un mezzo scherzo che pian piano è diventata una roba seria. Io e Alfonso ci conosciamo da qualche anno, avendo prodotto il disco degli East Rodeo, uno dei suoi tanti progetti. Durante l’ultima produzione, avendo questa passione per l’elettronica in comune, abbiamo pensato di fondare un duo di musica elettronica. Combinazione ha voluto che abbia preso parte all’ultimo disco del Teatro [“Il Mondo Nuovo”, ndr], realizzando un lavoro a dir poco pazzesco, e questo ci ha convinti definitivamente ad intraprendere questo nuovo percorso. Un percorso fatto di improvvisazione pura. Non chiedermi che cosa facciamo perché non lo sappiamo nemmeno noi.

Quali sono i tuoi gusti nell’ambito della musica elettronica?
Non sono esattamente un cultore. Ci sono delle cose che mi piacciono molto ed altre molto meno. Su tutti, due punti di riferimento per me, sempre a livello di gusto, sono Amon Tobin, specie per gli ultimi lavori, e Jon Hopkins, parlando di elettronica nota ai più. Ho ascoltato anche altro ma, ti dico la verità, spesso mi metto a cercare nuove cose ma mi stanco subitissimo. Anche per questo come duo applichiamo l’approccio del “non sapere cosa facciamo”, anche perché non è propriamente il mio genere. È sempre una scoperta. L’elettronica è un ambito musicale talmente vario in cui, per quanto tu possa studiare, è facile rischiare di scivolare nel nulla.

Per la tua serata del Go Dai Fest hai proposto Anna Magdalena e 2Pigeons. Come mai questa scelta artistica?
Avevo voglia di far sentire al pubblico dell’Angelo Mai cose che a me piacciono e che reputo molto valide. Ho fondamentalmente chiamato degli amici, a cui ho già prodotto degli album. Non è stata una scelta molto impegnata, a livello artistico. Spesso per godere di musica elettronica bisogna avere un orecchio molto allenato, invece i loro progetti secondo me possono raggiungere anche un pubblico più vasto. Si tratta di due cose molto distanti tra loro, per quanto accomunate dalla voce femminile. Anna Magdalena è una realtà molto eterea, sussurrata, tridimensionale. I 2Pigeons fanno un pop che spesso sembra facile all’ascolto quando invece alle spalle c’è uno studio inimmaginabile della composizione. Riescono a piacere sia a chi studia musica sia a chi vuole ascoltare musica solo per divertirsi. È un bel connubio.

Hai mai compiuto studi in campo musicale?
Nessuno. Zero. Un po’ la mia salvezza, un po’ la mia condanna. Sai, adesso è anche più facile studiare, visto l’avvento di Internet. Io però ho imparato tutto sul campo, facendo le cose e non facendomele spiegare.


Hai accompagnato in tour Appino (voce e chitarra degli Zen Circus) col suo nuovo progetto, oltre ad aver suonato e prodotto il suo album. Come sono andate le date?

La gente ha risposto molto bene. È chiaro, si trattava di un disco nuovo e il pubblico già ci conosceva per le nostre rispettive esperienze. Non essendo un disco né del Teatro degli Orrori né degli Zen Circus, abbiamo visto un po’ di spaesamento, dovuto principalmente al tentativo di capire cosa stessimo facendo da parte di chi ci veniva ad ascoltare. Sono molto contento del risultato, il disco poi è molto valido. Non è un album facilissimo, sembra che lo sia ma non lo è.

Ad essere sincero ai primi due ascolti sono rimasto decisamente spiazzato, infatti. Mi aspettavo qualcosa di diverso. Poi, col tempo e gli ascolti, è cresciuto molto.
È un disco molto profondo. Andrea [Appino] ha un tipo di scrittura molto efficace, c’è quasi una scintilla nel suo modo di parlare del mondo e di parlare di sé. Usa le parole di tutti e riesce ad essere incisivo senza risultar banale. Riesce a commuoverti, riesce a farti dire “cazzo, è così” senza dover essere Vasco Rossi. Senza nulla togliere a Vasco Rossi che, agli inizi, non era distante da quest’approccio ma poi ha intrapreso altri percorsi. Sarebbe figo se Appino raggiungesse il blasone di Vasco Rossi, sarebbe un buon percorso e una piccola rivoluzione culturale, di cui c’è abbastanza bisogno oggi come oggi.

Con Il Teatro, invece? Come mai avete scelto di riproporre in tour “A Sangue Freddo”?
In giro ho letto un sacco di commenti del tipo “ah, avete deciso di tornare in giro coi pezzi di A Sangue Freddo perché Il Mondo Nuovo è andato male”.

Onestamente non mi sembra proprio che “Il Mondo Nuovo” sia andato male.
Sì infatti noi siamo contentissimi. È andato come doveva andare. Semplicemente ci piace riscoprirci e ripercorrere i nostri passi. L’abbiamo fatto anche col primo disco, poi è bello risuonare con la nuova formazione a sei cose che abbiamo registrato tempo fa, quando eravamo solo in quattro. È più semplice ed è bello. Non dico entusiasmante, ma anche noi abbiamo bisogno di divertirci, non solo la gente che viene a vederci.

(Livio Ghilardi)

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