Radio Bombay intervista Alessio Bondì

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Classe 1988, Alessio Bondì è certamente da annoverare tra i rappresentanti più originali della scena cantautorale siciliana che, da qualche anno, sta prendendo il sopravvento nel panorama musicale nazionale. Palermitano ma ormai stabile a Roma da qualche tempo, l’abbiamo scoperto ascoltandolo live al ConteStaccio, locale di Testaccio dove si tiene “Un palco per tutti”, rassegna di artisti emergenti a cura di MarteLabel. Voce e chitarra, una timidezza sincera e un’originale alternanza di inglese e siciliano, senza mezzi termini.

Ecco come Alessio ha risposto alle domande di Radio Bombay.

 

Quando ti sei scoperto cantautore? Raccontaci dei tuoi inizi.

Quando chiesero a Calvino cosa facesse nella vita lui rispose “lo scrittore”, ma immediatamente rettificò dicendo “cioè scrivo delle cose che a volte diventano dei libri che vengono pubblicati”. Porto questo esempio per dirti che a me non piace molto la parola cantautore: mi pare che descriva un recinto in cui potersi o doversi muovere. Preferisco chi scrive canzoni senza ruoli predefiniti.

Ho scritto la prima canzone a sedici anni. Da lì in poi ho sempre scritto, cantato, ascoltato, musicato, cercato me stesso, un indirizzo per la mia anima. Ero molto diverso da adesso, mi trovavo a Palermo, una città che spesso castra ogni tipo di poesia. Lì la valvola di sfogo è stata quella della canzone mentre la via di fuga, il sogno, era Londra. Non mi sono scoperto cantautore, piuttosto sono stati gli altri a scoprire che avevo fatto delle canzoni che a loro piacevano moltissimo. Poi per fortuna sono venuto in contatto con il teatro, il cinema, lasciando anche un po’ in disparte la chitarra e le canzoni. La mia voglia di esibirmi, di comunicare credo sia nata proprio lì. È il teatro il luogo dove studio e coltivo la mia interiorità, la mia generosità.

Sei siciliano, vivi a Roma e guardi all’Inghilterra. In che modo queste realtà diverse hanno influenzato e influenzano la tua musica?

Coltivare la mia sicilianità al di fuori dei confini regionali è stato ed è più facile perché ha dovuto passare da quel vaglio, il setaccio della distanza, che restituisce solo quello che conta veramente. Tutto questo setacciare fa venire fame. Una fame di scoprire te stesso, la tua terra, la tua gente. Anche se musicalmente è come se fossi nato in Inghilterra, il mio approccio a una canzone non si basa su un’influenza musicale, ma su un’emozione che se la astrai diventa suono, impressione sonora. Non dipende da una lingua o da una città ma solo da te stesso e dalle persone, dalla loro e dalla tua disponibilità ad emozionarsi.

Cosa pensi della Roma di oggi?

Non so, non seguo il calcio, mi dispiace… Scherzo! Mi credi se ti dico che ancora sto tentando di farmi un’idea su Roma? Da imm-ingrato la vedo come una piattaforma in cui testare le mie capacità, cosa che difficilmente avrei potuto fare a Palermo. Roma per me è un compromesso romantico. È la mia casa quando non sono a casa.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione artistica (musicale e non)? Quali gli autori a cui ti senti più vicino?

Il pozzo a cui attingo più spesso è Bob Dylan degli anni sessanta. Adoro i testi di Shane McGowan dei Pogues, Leonard Cohen, Robert Smith, Vinicio Capossela, Pete Doherty dei Libertines. Le pene di Jeff Buckley e le note smaliziate di Django, il blues di Rosa Balistreri. Sam Cooke in tutte le salse. E Modugno nei suoi splendidi chitarra e voce. Tutto per me può essere formativo: un manicaretto, una rissa per strada, una foto – basta rimanere di larghe vedute. Fellini, Baudelaire, Leopardi, Garcia Marquez, Shakespeare, Vettriano, Topolino e chi più ne ha più ne metta.

Come nasce la scelta di alternare siciliano e inglese? Scegli in base alla tipologia del brano o semplicemente di impeto? Mai pensato all’uso dell’italiano?

Per quanto riguarda la scelta dell’inglese ti racconto un aneddoto breve ma significativo. Ero alle superiori e un mio compagno di scuola aveva sentito che scrivevo canzoni. Un giorno venne da me e timidamente mi disse: “Ho scritto il testo di una canzone, ti va di musicarla?”. Me la fece vedere: il testo era in inglese. Gli chiesi, forse stupidamente, perché. La risposta fu “perché mi viene più naturale così – perché, tu scrivi in italiano?”. Non si trattava di una scelta. Semplicemente eravamo appassionati e studiavamo molto l’inglese, facevamo parecchi viaggi nel Regno Unito. Palermo in quegli anni subiva il fascino dello stile britannico un po’ dandy che spesso ai palermitani non manca. E chiaramente ascoltavamo solo musica inglese o americana. Per quanto riguarda il siciliano è un altro paio di maniche. Ci pensavo da qualche tempo: ho scritto la prima canzone e non mi sono più fermato. Ho aperto un rubinetto ed è uscito il mare. Mi auguro che questo corpus di canzoni confluisca in un disco. La più rappresentativa tra tutti credo sia “Sfardo”, “strappo” in italiano, la quale ha creato grande curiosità alla finale al Premio De Andrè e ha vinto il sondaggio per il Premio su la Repubblica.it. Quando scrivo un pezzo sono mosso da un’urgenza di dire qualcosa: i suoni e le parole mi sfuggono quasi di bocca. Lì avviene la scelta inconsapevole della lingua. Ho pensato a scrivere anche in italiano ma la dimensione in cui mi sento più creativo per il momento è il folk siculo-britannico.

Parlando della tua musica usi anche il termine timidezza. Perché?

Perché timido lo sono, parecchio. Nella mia musica c’è molta della mia riservatezza, della mia pudicizia e della violenza che ne consegue quando decidi di metterti a nudo davanti agli altri.

Ti sei esibito per le strade di Trastevere. Come è nata quest’esperienza?

Come un gioco. La strada è sempre una scommessa: avendo davanti un pubblico di passanti devi impiegare il doppio delle energie per creare curiosità, e non è comunque detto che si fermino. Io quella mattina a Trastevere l’ho presa come una festa da fare in mezzo alle persone e soprattutto con le persone.

Siamo alle battute finali. Progetti per il futuro, a breve e lungo termine?

Il progetto è di continuare a scrivere, cantare, comporre, suonare e scambiare le mie energie con quelle delle persone che vengono a sentirmi. Vorrei realizzare un disco in cui si mescolano le mie varie nature e che naturalmente mi porterà a fare un concerto al Royal Albert Hall un giorno. Anzi una sera.

(Livio Ghilardi)

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