Urlo degli Enotri – Radio Bombay Live Report

Live Report EP (ovvero, la sintesi della sintesi di tutto quello che ho da raccontare)

Cristo si è fermato a Eboli è un bel titolo, una verità abbastanza evidente e una frase che ha rotto il cazzo. Da calabrese dico che sono stanco di sentire queste parole masticate e rimasticate da generazioni nelle bocche dei miei conterranei, giustificazionismo che è associato ad un odioso fatalismo. È vero, è assolutamente vero, che la situazione del sud è difficile, ma basta con la litania del “e che ci possiamo fare”. È proprio questo il nodo del discorso, “fare”, appunto. E se fare qualcosa è importante, non basta, perché bisogna anche cercare di farla bene.

Questo pensiero, che fortunatamente inizia ad essere piuttosto diffuso, sembra essere stato il motore primo dei ragazzi che a fine luglio hanno messo in piedi un festival completamente gratuito durato tre giorni, tra Praja a Mare e Tortora (CS), in una Calabria che è lontana dalla mia, ma che in fondo è come la mia, maledetta, bella. Noi di Radio Bombay all’Urlo degli Enotri ci siamo stati, per fortuna.

È stato bello, assai. Ed è stato anche tanto: undici concerti sul palco principale, quattro djset, tre concerti all’alba in riva al mare, dibattiti, show cooking, e altro ancora, tutto in tre giorni. Dire giorni, poi non è neanche esatto, diciamo che si trattava di sessioni di dodici ore, 19:00 – 7:00 no stop. Il “tempo libero”, approssimativamente dalle 14 alle 19, noi l’abbiamo passato a mollo nel mare cristallino di fronte all’Isola di Dino, ma non bisogna dimenticare che a due passi si trova anche il Parco nazionale del Pollino, ce n’è per tutti. Parlo dei luoghi prima che dei concerti, c’è un motivo. Per capire questo festival bisogna prescindere dall’idea dei suoi analoghi cittadini, gli eventi musicali qui sono parte di un contesto ben più grande, in realtà è tutto festa per tre giorni e il territorio è un elemento centrale. Nonostante ciò, i grandi nomi non sono mancati: Zen circus, Brunori SaS, Teatro degli Orrori e molti altri hanno calcato il palco dell’Urlo, tutti in splendida forma. Se a ciò si abbina tante belle persone, dell’ottimo cibo – la gastronomia è stato uno degli assi portanti del festival – e la grande qualità delle birre artigianali arrivate da diverse parti d’Italia, si capisce come non si poteva stare che bene. Non va dimenticata la direzione artistica di Roy Paci, che sicuramente con il suo apporto d’esperienza è stato fondamentale nel far passare quasi inosservato che si fosse solo alla prima edizione, tutto è apparso rodatissimo anche se non lo era. Il suo zampino, ad esempio si percepisce nell’idea dei concerti in riva al mare, intorno alle 5:30 del mattino, roba che con una parola fuori moda definirei semplicemente mozzafiato. Questa è la versione EP del Live Report, per chi non ha troppo tempo, quindi non mi dilungo oltre. Chiudo con un consiglio: iniziate ad ipotizzare due giorni di ferie a luglio dell’anno prossimo per fare delle vacanze a base di musica, mare e cibo, tutto di alta qualità. Segue la versione LP, perché non ce la posso fare a raccontare tutto bene in poche righe. Prima però mi concedo una citazione: «In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé» (Pier Paolo Pasolini). Mi piace pensare che L’urlo degli Enotri sia stato e sarà uno dei piccoli passi che si stanno facendo per riacquistarla, quella speranza.

Live Report LP (ovvero, quasi tutto quello che ho da raccontare)

Primo giorno.

Stazione di Praja a Mare, giovedì ventisei luglio, si inizia. Arrivo qualche ora prima dello start ufficiale con un treno da Roma, ad aspettarmi ci sono Toro e Boccia, non li conosco, ma identifico il primo da una fugace descrizione, l’imponenza ne giustifica il soprannome, fidatevi. A bordo della Musa blu ci dirigiamo verso la piazza di Tortora, dove tra poco inizierà il festival: ognuno degli organizzatori ha almeno tre cose da fare contemporaneamente, riesco a conoscerli velocemente tutti senza ricordare alcun nome, ovviamente, e intanto approfitto di questo tempo libero per prendere confidenza con i luoghi, un po’ come gli animali quando arrivano in un nuovo territorio, evitando di segnarlo alla maniera canina, giuro. Palco e impianto sono quelli delle grandi occasioni, questo già mi predispone bene, ho visto troppi concerti rovinati da infrastrutture arrangiate. Dopo aver scandagliato l’ambiente, faccio un giro per il backstage, Zen Circus e Brunori sono ancora rilassati, suoneranno per ultimi stasera, mentre Roy Paci – direttore artistico dell’evento – e il suo braccio destro Manuela sono in pieno fermento, è il momento di mettere tutti i dettagli a posto; come e più della loro è frenetica l’attività di Toto Barbato – direttamente dal Cage Theatre di Livorno – direttore del palco e uomo-ovunque del festival.

Sono le sette e mezza di sera, e con un po’ di ritardo ha inizio ufficialmente L’urlo degli Enotri. E’ Nicola Perullo, docente di Estetica all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, a guidare il dibattito sul rapporto tra cibo, arte ed etica. Si, perché qui lo spirito non è “facciamo caciara tutti insieme”, tutt’altro, è un festival molto improntato alla valorizzazione e allo sviluppo del territorio, che vuole riconsegnare questi luoghi ai giovani anche tramite la riscoperta delle tradizioni culinarie locali. E l’attenzione dedicata alla gastronomia non è testimoniata solo da questo dibattito, ma anche dagli stand dedicati ai prodotti locali e dagli show cooking che si succederanno nelle tre serate all’ora di cena, tenuti da rinomati cuochi calabresi.

Ascoltato il dibattito e assaggiate alcune rivisitazioni della cipolla esposte dallo chef di stasera, è ora di scegliere una tra le circa dieci birre artigianali che fornisce il bancone e di rifocillarsi sul serio con uno dei cibi a base di zafarana (peperoncino dolce locale): vengo da un lungo viaggio, a digiuno dalla colazione, panino e pasta e fagioli mi pare il minimo. Riacquistate le energie è già il tempo della musica, sul palco salgono i Kalafro – gruppo reggino molto conosciuto in Calabria – che aprono con una versione decisamente personalizzata di “Briganti se more”, un pugno allo stomaco, il pubblico si fa colpire senza opporre resistenza. Dopo circa un’ora di questo reggae reppato dai testi impegnati, è il turno dei Kalamu, gruppo nato a pochi chilometri da qui che pesca nella tradizione musicale calabrese reinterpretandola a modo proprio, spettacolo molto energico, giocano in casa, c’era da aspettarselo. Sono le undici e mezza, ormai l’immensa piazza è praticamente piena, ed è ora degli Zen Circus: spettacolo esaltante come sempre, ed anche ironico. Memorabile Appino che, dopo il duetto a sorpresa con Brunori in “Figlio di puttana”, dice: “Aprire a Brunori qui è come aprire a Padre Pio a San Giovanni Rotondo”. Magari i modi sono un po’ azzardati, ma il concetto ci sta, Guardia Piemontese, il paese di Brunori, è ad una cinquantina di chilometri da qui, e quando sale sul palco si sente eccome, è la star della serata e il pubblico lo tratta di conseguenza. Da segnalare che Appino ricambia il favore e sale sul palco per eseguire insieme alla Brunori Sas una bella cover di Piero Ciampi, “Il Vino”. A sorpresa arriva anche Dimartino, per duettare in “Animal Colletti”. E’ l’una passata, Brunori ci saluta, ho una lunga giornata e quattro ore di concerti nelle gambe, ipotizzo sia arrivata l’ora di riposare.

Mi sbaglio. Corrado Fortuna (si, quello di “My name is Tanino”), presentatore del festival, ci da appuntamento al dj-set che si terrà in spiaggia a qualche chilometro da qui. Mentre ci dilunghiamo nel backstage con gli organizzatori, arrivano le tre in un attimo, finiscono le navette, e anche i passaggi in macchina. Rimane a disposizione un vecchio pick up, noi siamo sette, i posti ufficiali sono due. Ma c’è un ampio cassone, un po’ d’aria fresca non può che fare piacere. Dopo qualche minuto giungiamo a destinazione, il dj-set di Lampadread è già nel vivo e la spiaggia di Praja a Mare è tutta coinvolta in una danzereccia atmosfera reggae. Si va avanti così fino alle quattro e mezza, quando, lo ammetto, cedo all’enorme stanchezza e alla comodità della spiaggia, mi avvicino alla riva e lascio che il rumore del mare mi concili il sonno, in quest’atmosfera che lo concede, si sta bene qui. Tre quarti d’ora dopo riapro gli occhi, è l’alba, accanto a me ci sono una quarantina di persone sedute, i superstiti, tutti assorti, e nelle orecchie una musica da sogno. Mi riconnetto e capisco. Capisco finalmente cos’è “L’alba dei poeti”, tenuta in un alone di mistero fino all’ultimo secondo. In un palchetto montato a qualche centimetro dall’acqua, Redi Hasa sta suonando il suo violoncello elettrico, dietro di lui l’Isola di Dino, la luce tenue, il sole che ci sorge lento alle spalle mentre le stelle ancora non hanno finito di scomparire. Le note sembrano non avere confini, in questo silenzio emozionante. Finisce anche questo concerto e con lui la prima “giornata” del festival, dopo qualche scambio di parole meravigliate, è il momento di andare a riposare, sempre grazie al cassone del pick up, certo. Sono a letto, sono circa le sette di mattina, sono stremato ma già contento di aver fatto questa tappa ad un paio di centinaia di chilometri a nord dal mio agognato rientro a casa, dopo sette mesi di assenza.

Secondo giorno.

Comincia con calma la seconda giornata, non poteva essere altrimenti. Risveglio intorno alle due del pomeriggio, pranzo veloce, e poi dritti in spiaggia: non c’è bisogno che lo dica io com’è il mare qui. Dopo qualche ora di relax, sole e bagni, è il momento di tornare operativi, nella piazza di Tortora si sta per ricominciare. Ammetto che è la giornata su cui sono più impreparato, mi sono informato sulle band prima di partire, ma non ne ho una conoscenza piena, sono curioso. Durante il soundcheck vedo già un centinaio di persone urlanti sotto il palco, mentre da sopra un ragazzo magro inventa un freestyle rap sul festival per provare il microfono. È Clementino, non l’avevo mai visto e non immaginavo avesse tanto seguito. Intanto si è fatta l’ora del dibattito, oggi è il turno di Libera, che affronta i problemi ambientali legati al territorio, segue subito lo show cooking, e poi tutti sotto al palco. Apre Grazia Negro con la sua tromba, ed è subito una piacevolissima sorpresa. Arriva il turno dei See You Downtown (SYD), che sembrano semplicemente un’esplosione sul palco. Ma è quando inizia a cantare Clementino – accompagnato da Tayone – che la folla impazzisce, mi suggeriscono rap “Old School”, a me semplicemente sembra che faccia bene ciò che fa, e va bene così. Nel delirio di fan che cercano di accaparrarsi una foto con Clementino, iniziano il loro djset Samuel e Boosta, sempre sul palco principale. Bravi, per carità, ma secondo me nella location sbagliata, ballano poche persone, andavano proposti direttamente in spiaggia. Ed è lì che ci trasferiamo appena finiscono la selezione i due dei Subsonica, stavolta in macchina, per una serata elettronica con alla consolle Jhon Lui e dj 1984. Si va avanti anche stasera fino all’alba, anche perché ormai s’è diffusa la voce, nessuno vuole perdersi l’alba dei poeti. Con il cielo che schiarisce arriva il momento del concerto, Jali Diabate ci incanta con le note delicate della sua Kora, una sorta di arpa africana. E adesso colazione e letto, non ci sono altre energie da spendere.

Terzo giorno.

Siamo al terzo giorno, la mattina non esiste, dopo il rituale pomeriggio di mare inizia il dibattito, piuttosto acceso, con gli autori de “Il Casalese”. Dopo l’appassionante racconto e scambio d’opinioni, mi siedo davanti ad una semplice ma sempre ottima pasta aglio e olio, in attesa dei concerti. Tocca ai 2Pigeons aprire l’ultima serata, e lo fanno egregiamente. Seguono i Figli di Madre Ignota, che tra qualche settimana andranno a suonare allo Sziget, ci scaldano coni loro ottoni. Lasciano il posto a Colapesce e alla sua band, che dal vivo ne guadagnano in vivacità. A sorpresa spunta Meg, da qualche giorno è uscito il video del loro featuring in “Satellite”, ce la propongono dal vivo. Dopo questi attimi di pura sdolcinatezza, arriva il momento di prendere i pugni in faccia di Capovilla e soci: Il Teatro degli Orrori è sul palco. Regalano la solita energia, i soliti testi spietati, ad un loro live è difficile rimanere delusi. Impreziosisce il tutto la partecipazione di Chiara dei 2Pigeons, che ha una voce semplicemente eccezionale, in “Ion”, interpretazione davvero intensa. Finiscono anche loro, mi aggiro per il backstage, c’è una concentrazione di musicisti vista poche volte. Oltre a praticamente tutti gli artisti della giornata, e oltre a Roy, si è trattenuto Samuel per seguire il festival, ma sono presenti anche Giorgio Canali e Zulù (99 Posse), passati ad ascoltare e salutare vari amici. È il momento di andare in spiaggia per l’ultimo dj-set, affidato ad un volto noto della scena indipendente calabrese e non solo, Fabio Nirta, che ci accompagna con la sua selezione fino all’alba. Fino al concerto quindi. Uno di quelli che sarà difficile dimenticare, nella solita cornice in riva al mare oggi suonano Roy Paci e Vincenzo Vasi, tra le altre cose, thereminista di Vinicio Capossela. Tutto diventa surreale, rarefatto, Roy fa urlare la sua tromba come fossero delfini accorsi dal vicino mare, il theremin avvolge tutto il visibile dei sui suoni magnetici, le mani sugli strumenti e attorno ad essi, non credo di poterlo descrivere bene e non credo ci potesse essere chiusura migliore per L’Urlo degli Enotri e per questo lungo racconto.

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